Scappavo. Per non sentirli urlare. E mi fermai solo quando le loro voci non giunsero più alle mie orecchie.

 

 

Ogni amore ha due volti. La faccia che tutti vogliamo. E quella del pericolo. Il brivido che seduce. Tanto quanto atterrisce l’incertezza della riuscita. Per questo, forse, da millenni, gli amori più rischiosi sono i più impegnativi ma sono quelli che fanno salire la febbre. E, per chi è bravo, prendersi le proprie soddisfazioni. C’è anche chi muore ma, si sa, c’è sempre chi muore. E ora della fine, tutti muoiono. Presto o tardi. Tremare d’amore. O amare tremando.

La storia di Una folle passione della danese Susanne Bier è racchiusa fra due incendi. Il primo, evocato. Filtrato. Dalla voce di chi fuggì. E unica si salvò. L’ultimo è rappresentato. Senza più parole, perché non servono. Serena (Jennifer Lawrence) è tutt’altro da ciò che descrive il suo nome. George (Bradley Cooper) è un uomo come un prisma. Ha mille facce. Siamo nel 1929, nelle Smoky mountains della Carolina del Nord. In uno stralcio di foresta da radere. Una ferrovia da costruire. Taglialegna sempre all’opera. E quel belloccio che fa il suo doppio, triplo, molteplice lavoro. Sciupafemmine. Padrone delle “ferriere”. Corruttore. Possidente. Imprenditore. Taglieggiatore.

Serena non è donna da lasciarsi intimorire, ma non conosce i prismi. Ha sempre avuto a che fare con le figure piane. Una faccia sola. Ammaestra le aquile contro i serpenti a sonagli, ma fatica a capire che il marito, prima di sposarla, aveva messo al mondo un bambino con una sconosciuta. Non lo aveva riconosciuto, ma sempre aiutato e mantenuto. Di nascosto. La verità che non ti aspetti, uccide. Come i litigi con i soci sugli affari. “Incidenti” di caccia che stanno per vendette personali. Debitori e creditori non sempre di denaro. Più spesso di pugnalate. Ma un giorno Serena scopre il prisma. E decide che un bambino dovrà morire. Non sarà solo il suo, però. Soprattutto non sarà il suo. Tra morti sventate, altre annunciate e altre ancora fortemente volute spunta un puma. Bello e impossibile. Il traguardo mai raggiunto. E l’incendio che azzera obiettivi. Vite. E sentimenti.

I due volti dell’amore fra Serena e George sono tutti in quei due roghi. Quello da cui la ragazzina scappa per non morire come mamma, papà e i fratellini. Le fiamme della speranza. Mai consciamente alimentata. E un giorno acquisisce i lineamenti di quell’uomo dal fascino irresistibile. Il sentimento onnipotente. Pace e felicità. Gioia a portata di mano. Il mondo, tutto, in un pugno. Ma quel viso riflette una sola delle immagini possibili. L’altra faccia dell’amore sono i mille volti diversi di un marito che somiglia a tutti i maschi possibili. E a nessuno di essi. E’ il pericolo. E uccide, quando si tenta di eliminarlo, uccidendo a propria volta. Come George.

Intenso come altri titoli della Bier – Non desiderare la donna d’altri o Dopo il matrimonio – anche Una folle passione è intriso di sentimento e attesa. Profondamente danese come Il sospetto di Thomas Vinterberg cui lo accomuna un linguaggio particolare fatto di metafore, non sempre gradite e spesso fraintese o addirittura non comprese da buona parte del pubblico. In Vinteberg era il colpo di fucile andato a vuoto, come appunto lo è un sospetto, ancor più se maligno. Nell’ultima fatica della Bier è il puma. Splendido splendente. Nell’immaginazione come nella sua comparsa. Il felino al quale George dà una caccia spasmodica, senza mai nemmeno intravvederlo all’orizzonte e rifiutandosi di sparare ad altri che non siano quell’animale, è la rappresentazione e l’incarnazione fisica dello scopo. Il punto d’arrivo. L’obiettivo. Per tutta la durata del film il puma aleggia impalpabile. E la meta di George è lontana. Mai realmente raggiunta. Mai davvero conquistata. Non l’amore. Non gli affari. Non la complicità dei corrotti. Lui corruttore. Non la prole. Non la stima davvero completa. E quando cala la maschera e George appare per ciò che è, compare anche il puma. Bello come George. Quatto come George. Astuto come George. Vorace come George. Freddo come George. E lo sparo dell’uomo va a vuoto. Il puma ha capito. Tende un’imboscata. E mentre il cacciatore muore azzannato dall’animale, la bestia muore accoltellata dall’uomo. Traguardo fallito. Non c’è trofeo nella casa del ricco. Al magistrato non resta che far arrestare il cadavere di George. Poi l’incendio. Quia pulvis es et in pulverem reverteris.

 

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