Un mondo che non ha più speranze non va molto lontano…

 

 

 

 

 

Le vite dei poveri. Combattute. Come tutte quelle di chi non può permettersi gli ozi della tranquillità. Poveri poi non soltanto perché alle prese con conti che non quadrano mai, ma anche per problemi psicologici. Concreti. “Di quelli che non si risolvono con una canzone dei Genesis”, come diceva la protagonista di Colpa delle stelle alludendo al tumore che la condizionava.

In Mommy del canadese Xavier Dolan il cancro non c’entra ma ciò non vuol dire che non si soffra. In primo luogo per una durata sicuramente eccessiva di un film che poteva risolversi con identici esiti anche cedendo una mezzoretta di vita in più agli spettatori. Pellicola che certamente propone spunti di riflessione sociale ma che risulta appesantita dalla scelta del formato delle riprese 1:1 che fa tanto televisore dei tempi che furono con tanto di tubo catodico e i suoi cinquanta centimetri di profondità. Mommy è la storia di una madre vedova con un figlio che ha un deficit di attenzione, una tara pericolosa che lo porta a scatti di nervi pericolosi. Aggressioni violente. Mancato controllo di se stesso. Reazioni esacerbate. E difficoltà comportamentali di ogni origine. L’istituto di correzione lo dimette per la possibilità di guarirlo e la madre decide di prendersene cura. Compito non agevole in quanto il ragazzo necessita di sorveglianza continua quindi la donna ha problemi perfino a trovare un impiego.

A complicare il quadro un incendio che il giovane ha appiccato provocando danni permanenti a un coetaneo rimasto vittima del rogo. Mommy trova così il supporto decisivo della dirimpettaia di casa, un’insegnante balbuziente in permesso perché non in grado di continuare a sostenere le lezioni e la gestione degli allievi. La donna risulterà determinante per la correzione del ragazzo, ma arriva il giorno in cui deve seguire il marito trasferito a Toronto per ragioni professionali. Ciò porterà a una divaricazione di tutte le strade. Il ragazzo verrà internato in un istituto dal quale tenterà la fuga. Mommy si sentirà terribilmente sola e il distacco dall’amica si rivelerà fatalmente più doloroso di quanto il suo atteggiamento di superficiale soddisfazione lasci intendere.

Il film è insomma un dramma vero che pone un problema legato a una legge non in vigore nel nostro Paese. Il cosiddetto “articolo 14” in Canada offre la possibilità a genitori di soggetti non correggibili terapeuticamente l’abbandono legale permanente in un istituto. Una sorta di approdo che la protagonista rifiuta, ma al quale sembra doversi piegare per non rischiare l’esaurimento nervoso. In un’intervista al mensile francese Positif, di gran lunga la più autorevole fra le riviste specializzate di cinema, il regista – così prolifico e giunto al suo sesto film a soli 25 anni – spiega di aver scelto ancora una volta una protagonista femminile “per non aver mai visto uomini capaci di lottare veramente”. Il digiuno da pellicole incentrate sugli uomini terminerà però presto perché il prossimo progetto di Dolan riguarda l’attore americano John F. Donovan che intratteneva una corrispondenza con una fan di soli 11 anni fin quando il suo caso fu scoperto da una giornalista a caccia di scandali. L’esigua presenza di personaggi e studi sulla mascolinità, per un autore apertamente omosessuale, ha indotto molti a vedere un parallelo con Almodovar, ma è stato lo stesso Dolan a ridimensionare il collegamento riducendo i denominatori comuni al solo orientamento sessuale.

Al di là di tutto, Mommy pone una serie di problemi relativi proprio alla gestione di figli affetti da tare psicologiche, soprattutto visti dalla prospettiva di chi vuol continuare a gestirli senza sapere di abbandonarli. Un’iniziativa impegnativa che si regge su un valore solo. La speranza. Perché soltanto con la fiducia si può tentare di affrontare un’emergenza così critica. E soltanto nella fiducia si può realmente trovare la forza per non arrendersi. E andare avanti.

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