-Sì ti amo. Ma siamo riusciti solo a odiarci e a farci del male

-E’ il matrimonio…

 

 

 

Gabbia. Morte del sesso. Tomba dell’amore. Palla al piede. Tra forme detentive, contrattuali e di trapasso, le declinazioni del matrimonio spaziano dall’annullamento della libertà all’oppressione. Nulla di originale, insomma. Tanto meno, di innovativo. E neppur di religioso perché, di fatto, nel tema rientra qualsiasi unione, con qualunque crisma di ufficialità o clandestinità. E anche nascondendosi dietro un asettico “vita di coppia” ben poco cambia. Fin qui il trito e ritrito. Il déjà vu. Ritornelli monotoni e monocordi.

L’amore bugiardo di David Fincher non è un’analisi sul vincolo coniugale, qualsivoglia ne sia la natura, ma uno scavo introspettivo nella relazione tra due persone, più che sull’istituto matrimoniale nelle sue varie sfaccettature. Amy (Rosamund Pike), scrittrice affermata grazie al suo popolarissimo personaggio, si sposa con Nick (Ben Affleck), collega di penna ma di ben più modesta caratura, che le rimane nell’ombra, prima di voler verificare il proprio fascino e appetibilità, sentendosi una sorta di “principe consorte”. Incastrato con una studentessa, subisce la vendetta più atroce concepita dalla moglie. Questa scompare, fingendosi morta e lasciando tracce che riconducano la responsabilità del delitto al marito, invece innocente benché fedifrago. Le attese della donna, in un primo momento confermate, vengono poi a sorpresa disattese perché Nick, ammettendo le sue colpe riesce comunque a dimostrare la propria carica umana. E soprattutto la sua innocenza. Amy ricomparirà all’improvviso. Dal nulla. Ma questo è solo il prologo alla difficoltà di una convivenza in cui l’amore coincide troppo spesso con l’odio.

Il film, tratto dal romanzo che porta lo stesso titolo ed è opera di Gillian Flynn che lo ha anche sceneggiato, coniuga la claustrofobia di un sentimento con quella che attanaglia un rapporto a due non soltanto nella stessa quotidiana convivenza, ma nel discordante inevitabile attrito di due caratteri. Con le loro ambizioni. Con i loro complessi. Tra attese deluse e sogni realizzati. Amy e Nick non rappresentano solo il decorso di un vincolo affettivo. Sono soprattutto le facce della vita. Espressioni. Rancori in laboratorio. Vendette. Figlie di un’improbabile fantasia. E di alchimie combinatorie. Costruite sul gioco tra vero e falso. E su ciò che non sempre è il riflesso della realtà. Nemmeno quando sembra oggettivo all’apparenza. La guerra psicologica, combattuta in una trincea fatta di illusioni, assemblate con la colla come pezzi di un collage, sconfina nel ruolo dell’informazione mediatica. Televisiva, in primo luogo.

Il grande schermo pone al centro dell’attenzione anche il piccolo schermo. Quello che s’insinua nelle case. Suggestioni di plastica. Tra diaboliche messinscena e miti di cartone. L’artefatto. E l’artificio. Il simulato. Ciò che viene lasciato intendere, più che la testimonianza e lo specchio di una realtà lontana o vicina. La bugia spacciata da verità e frutto di impressioni. Il potere di spettacoli televisivi in cui la conduttrice è una fata malefica che alimenta il dubbio e spinge alla condanna un innocente su cui pendono troppe concomitanze avverse. Il riscatto nasce da altre fandonie, raccontate da Amy al pubblico e non smascherate da una superficialità spregiudicata nella sua insipienza. Ridurre L’amore bugiardo a una tirata anti matrimoniale sarebbe operazione superficiale. Il film ha un andamento da thriller psicologico, lontanissimo dal pathos acceso di Seven e più vicino forse a Il curioso caso di Benjamin Button, entrambi dello stesso Fincher. Tuttavia resta un’opera individuale, senza troppe possibilità di essere assimilata ad altri esempi cinematografici. Un’analisi coraggiosa e senza vergogna dell’amore nel terzo millennio. Spesso avvelenato da una società competitiva che porta contese e dissidi anche fra le mura di casa.

 

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