Va sempre di moda quello che non si ha. Nel mondo dei vuoti pneumatici, integrali, ad affascinare sono i super poteri. Ma chi ne ha… Il cinema ne vanta infiniti. Nella presenza e nell’immaginazione. E l’uso, che ormai è abuso, è la moneta per accattivarsi i favori di un pubblico sempre più alla ricerca di certezze, in una fase storica priva non soltanto di questo. Non stupisce quindi se alle lame rotanti oppure a una più ruspante invisibilità si rivolgono due eroi in miniatura degli anni Dieci del primo millennio.

Così la Disney non trova di meglio che festeggiare il Natale senza principi e principesse – menomale – ma anche senza Belle, Bestie e Re leoni, che, in fatto di raffinatezza e qualità la sapevano molto più lunga di Big hero. Meglio, molto meglio, in prospettiva popolare s’intende, un pupazzone bianco con tanto di sportellino e memory card che sostiene l’azione di cinque ragazzini, dotati sì di superpoteri veri. Quelli dalle armi affilate. Dai bombardamenti senza morti. Perché è Natale pur sempre. Da una dolcezza in sottofondo, inghiottita tuttavia da distruzioni finte quanto efficaci, fatte da armi robotizzate e sorprendenti. Ma piacerà perché Big hero è un cartone animato, ma è soprattutto un videogioco o si presta ad essere utilizzato così. In una dinamica da video ultrapiatto o portatile. Nella consueta caccia al cattivo, da abbattere con i mille trucchi di Baymax che, dietro l’aspetto invincibile di super eroe informatizzato, nasconde un cuore tenero.

Ma superpoteri, certo più vintage, sono anche quelli di Michele, mediocre scolaretto e anonimo ma bonario ragazzino, adottato da una poliziotta senza marito (Valeria Golino). All’improvviso, comprando un costume per la festa di Halloween scopre di avere il potere di rendersi invisibile. Con un padre e una madre che non sono certo quelli che gli vogliono “vendere” Michele apprende di provenire da due genitori con prerogative mirabolanti più che miracolose. Papà legge nella mente degli altri. Interferisce con loro. Pilota gli avvenimenti a piacimento. Mammà è una creatura speciale che gestisce la propria invisibilità e che è fuggita dai russi cattivi per mettere in salvo la sua famigliola salvo morire durante il percorso. Perché pure chi è invisibile talvolta può essere… visto.

Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores è molto altro. Oltre a questo. Tuttavia è impossibile non interpretare, allo stadio di lettura più semplice, l’avvolgente seduzione di un ragazzino che sconfigge sequestratori dei suoi coetanei con atti di eroismo fuori dalla portata umana e si mostra invincibile agli occhi degli amici – prepotenti e arroganti – dopo averne subito scherni, dileggi e molto altro. Michele può diventare un piccolo idolo di tanti ragazzini in età scolare. Ricalca i panni di eroi più grandi che indossano un costume e compiono mirabilie, affascinando chi sa di non poter ambire a tanto, se non nei sogni a occhi aperti. E per questo, per una rinnovata versione del piccolo eroe in grande stile, potrà tentare di accaparrarsi i favori del pubblico più giovane. In realtà, il film propone una più intensa e vibrante chiave di lettura con un’analisi, peraltro non approfonditissima delle turbe legate all’adolescenza.

Il tema di baby gang, ricatti, nonnismo e prevaricazioni varie filtrano nel racconto proponendo riflessioni che affliggono una gioventù troppo spesso in preda allo scacco della prepotenza figlia di un bullismo senza confini. E altri spunti di approfondimento andrebbero cercati nei motivi – peraltro solo accennati con fugace spirito garibaldino – nelle turbe del figlio che viene adottato, al quale invece viene offerta una verità diversa, quella di essere figlio biologico di una madre senza marito. Salvatores in buona sostanza introduce nel Ragazzo invisibile una serie di proposte che non vengono mai sviluppate con l’attenzione che richiederebbero e la pellicola risulta un agile compromesso tra un film di avventura con colori da thriller che si amalgamano con l’ambizione di proporre stralci di attualità comuni a molte collettività studentesche e giovanili. Manca una decisione di fondo che porti a stabilire che cosa deve essere Il ragazzo invisibile. Il risultato è il rimpianto per ciò che quest’opera poteva essere se non avesse ceduto passivamente ai condizionamenti del botteghino.

Tag: , , , , ,