Curtains descends

Everything ends

Too soon, too soon…

 

 

Bende coprono un volto. Solo gli occhi guardano. Avanti o forse indietro. Nel baratro che fu. L’Olocausto. O ciò che attende chi si è lasciato alle spalle il clangore dei cancelli di Auschwitz. La morte virtuale si traveste da vita. E di vita. Per tornare laddove una tradotta l’aveva strappata. Quella che doveva essere l’ultima. Ma non lo è stata. Ultimo viaggio, comunque. A suo modo. Addio all’esistenza.

Il segreto del suo volto di Christian Petzold è la storia di Nelly, un’ebrea che torna nella natia Berlino distrutta dopo la fine della guerra. E’ sfigurata. Al posto di blocco, il soldato vuol toglierle le bende prima di accorgersi delle tracce della devastazione. In città Nelly, sempre accompagnata dall’amica Lene, si sottopone a un’intervento di chirurgia plastica che le restituisce un volto, ma la donna è alla perenne ricerca del suo passato. Il marito. La sua quotidianità. Vuol riannodare le fila di un passato difficile, reso ancor più complicato dall’essere creduta morta. E quando incrocia il volto dell’ex compagno dell’unica sua vita vissuta che il campo di concentramento ha concluso, pur non uccidendola, ebbene, quando incrocia gli occhi di quell’uomo si accorge di non essere riconosciuta. Non bastano rassicurazioni. Né rassomiglianze sospette. E una confusione di affetti.

Johnny è cieco. Vede solo il denaro. Per questo “vuole” credere che quella donna sia uguale a Nelly. Gli esercizi di grafia servono per dimostrare alle autorità che l’ex moglie è viva e reclama le sue sostanze, requisite al momento dell’internamento. Per poi dividerle a metà. Fame di ricchezze terrene. Digiuno di sentimenti veri. Ma indietro non si torna, anche se spesso perfino procedere è altrettanto impossibile. E anche non vita può essere… vita.

Film tedesco fin nei dettagli, con una cinematografia tipica e distintiva, vive di spazi chiusi soffocanti e opprimenti. Atmosfere cupe che ricordano tante pellicole di un passato anche remoto. Ed esterni che assomigliano a una “terra di nessuno”, per ciò stesso patria universale. Infatti il concetto di Heimat è totalmente assente da un intreccio che potrebbe svolgersi ovunque. Non a caso il locale notturno gestito da Johnny si chiama Phoenix, nome evocativo della fenice – mitologico uccello che rinasce dalle proprie ceneri – e della città più famosa dell’Arizona. Ed è situato nel settore americano di una metropoli massacrata, già divisa, con quell’insegna che dà il titolo originale all’opera di Petzold, ribattezzata in modo più avvincente e pertinente nella versione italiana.

“Quello che mi disgusta è che ci hanno perseguitato e chiuso nei campi di concentramento. E ora gli ebrei tornano e perdonano tutto”.

Phoenix, dunque, è mitologia. Il pennuto che muore e rinasce dalla sua stessa fine richiama in un certo qual senso l’operazione nei desideri di Nelly. Sa di essere stata vittima di torti e ingiustizie, ma al marito si sente ancora legata. E, benché morti, si ostina a resuscitare sentimenti e passato. Nelly sotterra tutto nelle sciagure belliche. Il tradimento dell’uomo che l’ha sposata e, una volta arrestato, non esita a trasformarsi in delatore e ne denuncia le origini ebree. Rancori e minacce. Seppellisce i sogni di un futuro con l’amica Lene, l’attivista sionista che vuol tornare in Israele e vivere la propria patria. L’unica resurrezione è quella di una fenice, tale solo di nome.

Il doppio versante mitologico si completa nelle figure dei due protagonisti. Marito e moglie sono il contrappunto di Orfeo ed Euridice. La donna, riemersa da un aldilà a misura di lager, torna alla vita con un volto restaurato. L’uomo non la riconosce. Il mito qui si capovolge. Se a Orfeo era stato ordinato dagli dei dell’Ade di continuare a suonare ma non voltarsi a guardare Euridice che lo segue  pena la scomparsa di quest’ultima, a Johnny era ordinato di guardare negli occhi la sua sposa. E riconoscerla fra mille. Ma la cecità è la sua pena. E l’unica volta in cui realmente la vede e la riconosce – dal numero di matricola della prigionia tatuato sul suo polso – Nelly si dissolve. Sulle note di una musica dal titolo evocativo. La citazione è per Speak low, canzone composta nel 1943 dal tedesco Kurt Weill, sui testi del poeta americano Ogden Nash, su una coppia in procinto di lasciarsi dopo un breve amore. E cala il sipario su Nelly e Johnny. Troppo presto. Ma senza appello.

“Cara Nelly, per me non c’è modo di tornare indietro, ma nemmeno di andare avanti. Mi sento più vicina ai nostri morti che ai vivi. Addio. Lene”

La vita finisce quando il futuro non ha più un senso e il passato non è più lo stimolo per costruire meglio ciò che per qualche ragione era di sabbia e non cemento. Il segreto del suo volto è figlio dei nostri anni. Una civiltà che continua a guardare alla stagione dei totalitarismi in una prospettiva sempre diversa. Duplice, nel caso del film di Petzold. Da un lato, che cosa accadde o è accaduto ai sopravvissuti di quell’inferno che furono le camere a gas. Ha torto il regista tedesco nel dichiarare che questa è una pellicola con pochi precedenti. Sono parecchi i titoli che, nel primo scorcio di questo secolo, hanno sondato il tema del dopolager, più che del dopoguerra. E’ il caso di Lajos Koltài con Senza destino nel 2005 e, prima di lui, Costantin Costa-Gavras con Music Box – Prova d’accusa nel 1989. Precursore. Un filone che si è arricchito anche recentemente grazie a Brian Percival con Storia di una ladra di libri e Roberto Faenza con Anita B., entrambi del 2014. E l’elenco potrebbe continuare a dimostrazione che oggi è crescente l’attenzione a ricostruire i postumi della bufera mondiale.

Tuttavia Il segreto del suo volto è un film necessario ed è necessario che a girarlo sia stato un tedesco perché il tema principale resta comunque quello dei matrimoni misti, già affrontato in un altro film, Rosentrasse, da Margarethe von Trotta. Era il 2004 e ora l’argomento viene completato. Se undici anni fa era stata messa in luce la reazione di donne tedesche che avevano sposato mariti ebrei, reclusi appunto a Rosenstrasse prima della deportazione, e la sommossa pacifica si era tradotta in un successo – l’unico del fronte ebreo contro Hitler – diverso fu il caso di mariti ariani che si fossero uniti a donne ebree. A tutela della razza, il regime incoraggiava gli uomini favorendone le delazioni attraverso la concessione del divorzio e di un posto di lavoro. Questo determinò differenti esiti e all’energica reazione delle donne, più raramente fece eco un’analoga difesa delle proprie mogli. Il certificato di divorzio che Lene fa avere a Nelly è l’atto ufficiale che dimostra il tradimento di Johnny ed era ciò che essa si rifiutava di voler vedere anche di fronte a un’evidente presa d’atto dimostrata già nell’incapacità di riconoscere davvero la donna che questi aveva sposato.

IL RETROSCENA – Di rado i film hanno una dedica. Solitamente essa è rivolta a qualche congiunto. Un fratello – come nel recente Exodus di Ridley Scott – o più frequentemente mogli o compagne. In qualche caso, figli. Il segreto del suo volto è intestato alla memoria di Fritz Bauer che nessun legame di parentela intrattiene con il regista Christian Petzold, se non l’unico dato comune di essere entrambi tedeschi. Ebbene Fritz Bauer, morto nel 1968 a 65 anni, è stato un giudice, attivo soprattutto nei processi ai responsabili di Auschwitz. Figlio di genitori ebrei, Bauer si unì fin da giovane al partito socialdemocratico e fu arrestato dopo l’attentato – non riuscito – a Hitler. Trasferito al campo di concentramento di Heuberg con il compagno Kurt Schumacher, un veterano della I guerra mondiale che sopravvisse agli stenti e mori all’inizio degli anni Cinquanta per una salute prostrata dalla detenzione, Fritz Bauer venne liberato poco tempo il suo ingresso. Una volta uscito, capì che la soluzione migliore fosse quella di emigrare e scappò, prima in Danimarca, poi in Svezia. In esilio fondò il giornale del partito socialdemocratico e conobbe Willy Brandt, destinato a diventare cancelliere della Repubblica federale. Rientrato in patria nel 1949, Bauer si stabilì a Frankfurt e si dedicò ai processi contro i responsabili di Auschwitz e a favore del risarcimento ai parenti sopravvissuti delle vittime. Negli anni Cinquanta collaborò anche con i servizi segreti israeliani del Mossad per contribuire alla cattura dell’ufficiale nazista Adolf Eichmann.  A Fritz Bauer è intitolata una fondazione che si occupa dei diritti civili.

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