“Sono arrivato a quarant’anni per scoprire che i miei migliori amici sono un camorrista, un nero, un comunista, una ragazza madre e due sfigati. Sono un fallito”.

 

Questa è la storia di una speranza. O forse della speranza. E’ la storia di un atto di coraggio. Raccontata con il sorriso di chi si prende sul serio, ma non per questo coniuga l’importanza di certi temi con le lacrime e la sofferenza. Perché si può “giocare al Santiago Bernabeu pur essendo una squadretta dell’oratorio e pareggiare” con la stessa gioia scanzonata di chi fa qualcosa di assolutamente normale. Eppure non c’è nulla di scontato in un manipolo di disperati che la vita ha messo sulla stessa strada nello stesso momento. Tutti con provenienze differenti e un lato comune. Il fallimento. Tutti con la consapevolezza dei deboli, ma il desiderio di non arrendersi. Anche se costa. Anche se forse, talvolta, sarebbe più facile.

Noi e la Giulia di Edoardo Leo è la ribellione alla tracotanza. Il singolo, il fragile, contro la camorra. Il pizzo. L’arroganza. E così i riciclati, i quarantenni falliti, ricchi soltanto di debiti, trovano la forza di opporsi. E così, a dispetto delle regole che vogliono silenzi e omertà, picchiano il boss e lo sequestrano nelle cantine di un casale appena acquistato, per trasformarlo in agriturismo. E la stessa sorte tocca a due scagnozzi che ci riprovano. Braccio armato di una camorra più ridicola che minacciosa. E, nell’improvvisata cella, finisce perfino il truce sicario. L’unica forma di silenzio è nascondere alla fanciulla incinta, che si aggrega alla bislacca comitiva, il mistero dei segregati  nel sotterraneo.  L’unica forma di silenzio è la vergogna di aver fatto qualcosa di scorretto e illegale agli occhi di chi conosce la legalità e il rispetto. La donna. L’unica al cospetto della quale abbia ancora un senso mantenere la dignità.

Nel cono d’ombra dunque precipitano i cattivi. Tutti. A vario titolo. Perfino scooter e auto. La Giulia 1300, simbolo di un capobastone all’amatriciana. Sotterrata come si sotterra la prevaricazione. E la riservatezza per un gesto estremo. Ma quell’auto, sepolta nella fretta, dimenticando la chiave nel cruscotto e lo stereo acceso, diventa il valore aggiunto e diffonde musica senza un’origine. Senza sorgente. E’ il prato magico della melodia. La colonna sonora di un agriturismo che finalmente decolla. E rivendica le ambizioni di quei falliti mai arresi. Ma è anche il rigurgito di tracotanza che mette in pericolo la sopravvivenza del gruppo. I cinque si mettono in salvo. Fuggono sulla Giulia del boss, ma è tutto da vedere se abbiano realmente “pareggiato al Bernabeu”.

“Qui il wi-fi non funziona, parlate tra voi”

 

 

 

 

 

 

La parola è il tessuto connettivo del film. La comunicazione non si interrompe né fra i cinque ragazzi in cerca di un’affermazione personale, né con i camorristi segregati. La parola è l’essenza della società del terzo millennio e, nei locali restaurati dove il riciclaggio dei materiali esistenti, riflette il riciclaggio degli stessi giovani nei confronti della vita, campeggia una scritta che è un inno alla verbalità e la condanna di un’afasia, assordante sigla dei nostri giorni. Niente connessione. Essere disconnessi può aiutare a connettersi con l’altro. Quello che sta di fronte. Quello che si guarda, ma del quale non si sente la voce. A Casal de’ pazzi il web è fuorilegge per tutti, tranne come piattaforma che registra le prenotazioni di un locale finalmente con una sua dimensione. Poesia di una fiaba e di una musica che sgorgano, misteriosamente per gli avventori, su un prato, mai messo al centro dei loro interessi, né dalla malavita né dai carabinieri. E’ la connessione con un mondo nuovo, dopo essersi scollegati dall’universo precedente.

“La bellezza bisogna insegnarla, soltanto le cose belle salveranno il mondo”

 

 

 

La gioia di piccoli gesti. La delicatezza di un tocco raffinato. Come quel vino scadente. “Quanto è bello berlo in un bicchiere vero, piuttosto che in uno di plastica, però…”. Come la pulizia di una libertà che spinge a prendere a pugni presunzione e superbia. Noi e la Giulia è un film che può donare a chiunque la consapevolezza di potercela fare. Resistere con successo. Ed è un ottimo esempio di commedia all’italiana che spicca al di sopra della media di tanto cinema nostrano mediocre, costruito su stereotipi e una falsariga logora. Ebbene Noi e la Giulia è la dimostrazione che non è impossibile dar vita a una buona pellicola con bravi attori, tra i quali brilla il talento di Edoardo Leo. Il limite, se si vuole, è quello di assomigliare un po’ troppo a un altro film interpretato dallo stesso Leo e da Stefano Fresi, Smetto quando voglio. L’inizio è praticamente identico, l’impostazione molto simile. E non è una citazione, ma un’evidente scopiazzatura. Ma tant’è. Da lunga pezza non si vedeva un film italiano che facesse divertire. Avesse qualcosa da dire. E fosse raffinato. In fin dei conti basta questo. Almeno per ora. Poi anche per i Leo-ncini l’asticella si alzerà.

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