“L’allegrezza è la miglior medicina…”

 

 

 

 

 

Allora come oggi. Peste e pestilenze. Piaghe dolorose e sanguinanti, cui non sembra esserci rimedio apparente. Se non fuggendo in un altrove che spesso non è nemmeno così altrove. Le malattie del corpo nel Trecento. Le angosce psicologiche ed economiche del terzo millennio. Un buen retiro di campagne toscane allora, una frontiera inconoscibile oggi. Con un denominatore comune fatto di un’allegria che non renda ingenui o superficiali ma che consenta di guardare un futuro anche quando l’avvenire sembra avere tinte più fosche e impenetrabili di un presente irto di difficoltà all’apparenza insuperabili.

Maraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani è un parallelo del tempo e della storia. Epoche buie ma non per questo impossibili da vivere. E l’”allegrezza” è la medicina, ma qualsiasi balsamo – da solo – non basta. Serve un accompagnamento. Se così si può dire, una chiave che apra una porta e spieghi a che cosa coniugare quella spensieratezza che, priva di un contesto, resterebbe un farmaco fine a se stesso. La scelta delle novelle è quindi la bussola con la quale orientarsi nel dedalo di una pestilenza che nel Medioevo era patologia e oggi è disorientamento. I due fratelli alla regia – rispettivamente 83 e 85 anni, ma con lo spirito di due ragazzini, isolano dallo zibaldone boccaccesco cinque capitoli, illustrati sul grande schermo con una continuità narrativa che premia il racconto ad uso e consumo dello spettatore senza diaframmi intermedi fra l’uno e l’altro.

Il film corre su due moduli alternativi che si fondono e si compenetrano fra loro. La realtà, raffigurata nella schiera dei narratori, i ragazzi – in fuga da una Firenze martoriata dalla peste e dal pericolo di un contagio – che riparano nella campagna toscana. E l’astrazione. Rappresentata dalle novelle che, a turno, decidono di raccontare e raccontarsi. Provocando stati d’animo. Emozioni. Suscitando la tristezza e facendo sgorgare le lacrime. Alternate alle risa. Questa impostazione consente di eliminare le interruzioni conferendo fluidità all’opera cinematografica dividendo la trattazione in capitoli senza che essa però giunga a fratturare la narrazione. L’emblema dell’operazione è consistita nello scegliere due differenti generazioni di attori e attrici. Le giovani leve, emergenti, nelle vesti dei narratori, fra i quali spiccano i volti di Rosabell Laurenti Sellers e Miriam Dalmazio, più familiari di altri. E i protagonisti – ancorché tutt’altro che vecchi, ma certamente più affermati e noti dei primi come Jasmine Trinca, Paola Cortellesi, Vittoria Puccini, Carolina Crescentini, Kasia Smutniak, Lello Arena, Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio e Michele Riondino – fra i prescelti a impersonare i personaggi delle cinque novelle trattate.

Se la costruzione risulta felice, meno soddisfacente si rivela la selezione degli argomenti, non tanto per un puro gusto estetico quanto invece per una disomogeneità tematica che risulta fuorviante più che espressione di eterogeneità. Nell’ordine narrativo si succedono “Messere Gentil de’ Carisendi e Monna Catalina”, “Calandrino e l’elitropia”, “Ghismunda e Guiscardo”, “La badessa e le brache del prete” e “Federigo degli Alberighi”. Se discutibile è l’alternanza degli argomenti, altrettanto lo è la decisione di inserire il caso di Calandrino perché totalmente avulso dal tema dell’amore che, nelle sue varie declinazioni, è tuttavia il filo conduttore che unisce i restanti quattro argomenti. “Calandrino e l’elitropia” – parte del ciclo di novelle dedicato a Bruno, Buffalmacco e, appunto Calandrino – si ricollega al motivo della burla e della beffa che sottintende la valorizzazione dell’intelligenza e della furbizia, presente in larga parte nel Decamerone.

Quest’ultimo è uno dei filoni più consistenti e importanti che ha permesso ad esempio a uno studioso e critico del valore di Vittore Branca di sottolineare nel capolavoro di Boccaccio, la valenza dell’astuzia e dell’intuizione che collegherebbero l’autore trecentesco a una dimensione tardo medioevale piuttosto che alla novellistica precedente a partire dal contemporaneo Franco Sacchetti per retrocedere nel tempo. La tesi validissima e centrale di un “Boccaccio medievale” che dà il titolo al saggio letterario di Branca stride violentemente con le altre quattro novelle con le quali Calandrino nulla ha in comune. Già nel fatto che Bruno, Buffalmacco e Calandrino furono tre pittori realmente vissuti, dei quali solo Buffalmacco – al secolo Buonamico di Martino – di prestigio e valore. Francesco Calandrino, soprannome di Giovannozzo di Pierino, e Bruno di Giovanni d’Olivieri furono in realtà due imbrattatori di tele. Al di là dei legami con la storia dell’arte italiana dell’epoca, la novella – tra il comico e il farsesco – ritrae il contrasto fra apparenza e realtà, spunto ricorrente nella novellistica coeva, in cui risalta a tinte fortissime la stoltezza di Calandrino deriso dai compagni.

Tema unico invece per le altre novelle. L’amore. In chiave fisica ne “La badessa e le brache del prete” dove si fa apertamente riferimento all’impossibilità per l’essere umano di mantenere il voto di castità al momento di scegliere una vita claustrale o religiosa. E lo smacco subito, non solo spinge la badessa a perdonare il cedimento di una suora, ma arriva al punto di invitare tutte le altre a concedersi al piacere della carne. L’amore che vince perfino la morte in “Messere Gentil de’ Carisendi e Monna Catalina” dove la donna viene in un certo qual modo resuscitata dalla devozione cieca e inalienabile del sentimento di un uomo. O l’amore ostacolato e conteso di “Ghismunda e Guiscardo” che il padre della donna spinge indirettamente alla morte per poi rassegnarsi a seppellirli nella medesima tomba per rispettare il loro legame impossibile in terra. O infine in “Federigo degli Alberighi” l’amore idealizzato, il più poetico e alto, in cui il povero Federigo sacrifica l’unico suo bene rimasto per il cuore di Madonna Giovanna che in precedenza non aveva corrisposto i suoi desideri.

E’ dunque l’amore il compagno di viaggio di quell’allegrezza che sembra aiutare a superare la peste e la pestilenza e la scelta del cuore si collega alla premessa e promessa che compiono i dieci giovani in fuga dalla peste fiorentina – sette ragazze e tre ragazzi – al momento in cui decidono che il loro soggiorno fuori città non avrebbe coinciso con un cedimento ai sensi per non mettere a disagio chi non sarebbe stato accoppiato. Il sentimento e l’allegria appaiono insomma il vero motivo di fondo di Maraviglioso Boccaccio in cui Calandrino risulta invece un alieno letterario e cinematografico che stride con il tono generale, contaminato purtroppo da un’altra imprecisione che sfregia ma non deturpa il film dei Taviani. Nel finale, forse distrattamente, i giovani dicono che dopo quindici giorni lontani da Firenze è ormai ora di tornare in città. Frase frettolosa e forse troppo disincantata che sembra voler accelerare la chiusura di un film altrimenti destinato a protrarsi all’infinito. Tuttavia l’errore è evidente. Decameron nasce dalla fusione di due vocaboli greci, deka ed emeròn. Ovvero, dieci giorni. In altre parole, tanto quanto dura il soggiorno dei giovani nel buen retiro in campagna. Perché mai allungarlo arbitrariamente a quindici quando nemmeno è giustificato da esigenze cinematografiche… Un peccato, più che uno sbaglio.

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