Ricetta della felicità, parte ennesima. Come a dire che il tema è frequentato. Visitato. Rivisitato. Deludente, perfino. Non perché sia brutto essere felici, quanto piuttosto per la soggettività della sensazione. La sua assoluta individualità. La differenza delle aspirazioni. Le strade per raggiungerla. E la consapevolezza di averla centrata o averla ottenuta solo in parte.

Le leggi del desiderio di Silvio Muccino sta chiuso in questo pugno di pensieri, se non fosse per l’aggiunta di uno spunto, assai sentito oggigiorno che santoni o guru di varia levatura promettono ogni sorta di estasi, spesso senza sapere nemmeno loro da quale parte iniziare a inseguirla. E così Giovanni Canton, alter ego del regista stesso che è anche l’interprete principale, è un trainer motivazionale – come vengono definiti questi cialtroni, venditori di sogni a buon mercato – deciso a dimostrare con i fatti di saper regalare le ambizioni a ogni piccolo o grande di noi poveri umani, bistrattati e malridotti da una vita beffarda. Purtroppo però neanche il maestro, nella sua apparente e incontaminata sicumera, è persuaso di ciò in cui consista la propria felicità e, dopo aver selezionato tre aspiranti sconfitti in cerca della loro affermazione, scopre che il più infelice è lui stesso.

Alla base della propria insoddisfazione l’amore per la ragazza (Nicole Grimaudo) che ricorre alle sue cure per conquistare l’uomo di cui si è invaghita e cioè non solo un marito ma soprattutto il suo responsabile sul posto di lavoro. Se a ciò si aggiunge che quest’ultimo è l’agente di Canton si completa un quadro che più difficile non potrebbe certo essere. Ma Muccino, mago della felicità in cellluloide, riesce  raggiungere qualsiasi risultato e, come qualsiasi favoletta che si rispetti, il finale è garantito. Non lascerà lacrime. Altrimenti quale felicità avremmo inseguito per due ore… E quale squallido desiderio sarebbe sfuggito alla dimostrazione di quel furbacchione di Giovanni Canton…

Le leggi del desiderio è un film melenso e, tutto sommato, abbastanza inutile. Il buonismo che lo attraversa, spesso mascherato da un cieco rampantismo, è stucchevole. Ma il grande pregio di far trascorrere un paio d’ore con più di qualche sana risata fuori dai soliti schemi dei film comici gli va riconosciuta. Giocare su ambiguità e doppi sensi è frequente, ma i contesti divertenti sono molti e ripetuti quindi si arriva alla fine con il sorriso sulle labbra e una storia che sfugge fra le dita, man mano che si dipana.

I difetti sono tutti connaturati in Muccino stesso, regista dalle grandi ambizioni ma dai temi ripetitivi. Le leggi del desiderio ricalca un po’ troppo da vicino le sue due precedenti regìe, Un altro mondo (2010) e Parlami d’amore (2008). Se il cineasta è monotematico – di amori sdolcinati e controversi è pieno il grande schermo – l’attore ha tanta buona volontà, ma il difetto di risultare immancabilmente lo stesso in qualsiasi frangente. In buona sostanza, zero sfumature di recitazione e ciò è un limite perché non dà spessore ai vari personaggi rappresentati. Considerazioni simili andrebbero adattate alla protagonista femminile, che tuttavia ha scelto di non fare la regista e ha limitato i danni. Impossibile dire se, uscendo dal cinema, lo spettatore avrà compreso come raggiungere i propri desideri e dirsi felice. Certamente Muccino ha contribuito a sollevarne il morale, facendo leva su un sano buonumore. E non è poco. Soprattutto ha sottolineato che occorre guardarsi da presunti motivatori, trainer e guru d’arte varia. Non sanno niente della loro felicità, figurarsi quella degli altri… Ciò detto, l’arte di arrangiarsi docet più di qualunque grammatica di vita, ma… Affidare a loro la nostra felicità è come andare a cercare conforto davanti al muro del pianto.

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