zi4“E se fossimo pensieri che qualcuno pensa. O sogni che qualcuno sogna. Ehi ragazzi, nessuno si salva da solo. Dite una preghiera per me”.

 

 

Un matrimonio terminato. Una cena tra una donna sul crinale dell’anoressia e l’uomo dal quale ha avuto due figli. L’ex marito. Un ex amore. Un ex pasto. Una raffica di ricordi proiettati sulla tavola di un ristorante dove progressivamente si abbassano le luci. Come su quel dramma sentimentale, iniziato nella passione e concluso nella sofferenza che, a conti fatti, è un altro modo di intendere la passione stessa. Fino a quell’epigrafe. A luci ormai spente. L’anziano, seduto al tavolo di fianco, dove ha amoreggiato ridanciano con la moglie, si presenta ai due giovani. Rivela di essere giunto alla fine del suo corridoio. E le luci si stanno spegnendo, proprio come in quel ristorante. A condurlo per mano è un nemico infido. Sottile e ambiguo. Il male incurabile. Per se stesso non chiede se non una preghiera. Perché… Nessuno si salva da solo.

zi2Il film di Sergio Castellitto, ispirato al romanzo di sua moglie Margaret Mazzantini dallo stesso titolo, si discosta dal finale del libro per un più accentuato possibilismo cui si affida. E sostanzialmente l’analisi della trama potrebbe circoscriversi a quanto anticipato. Tuttavia sono molti gli aspetti sui quali invece riflettere. La pellicola sta infatti all’incrocio fra tre filoni di fondo che si accavallano e si pongono in posizione dialettica fra loro. Cinema. Cibo. Psicologia. In primo luogo, ci troviamo di fronte a un cibo assente per la ragione che la coppia, in realtà, si trova al ristorante, ordina piatti frettolosamente, ma non mangia. Il cibo, anzi, viene utilizzato come arma di offesa e il gelato finisce sul viso di Gaetano (Riccardo Scamarcio) dopo un accesso d’ira di Delia (Jasmine Trinca), al posto di saziare golosità.

zi7“Quanti dolori legati al cibo…”

Vi si racconta che la donna, alle soglie dei vent’anni, ha sconfitto l’anoressia, ma la malattia è rimasta un’ombra, pronta ad accompagnarla nelle tappe più sofferte della vita. Era insorta dopo l’adolescenza, quando aveva scoperto i tradimenti della madre che la avevano sospinta verso un rapporto più intenso con il padre. Era guarita grazie all’amore di quel giovane sceneggiatore televisivo, per poi ricadervi davanti alle nuove difficoltà coniugali. Ed è proprio il cibo nell’ultimo fotogramma a spiegare allo spettatore che, nonostante le asperità, restano porte aperte anche con quell’ex marito. Dopo l’uscita di scena da saltellante saltimbanco, Gaetano, che intravede una sua vecchia maglietta indosso a un viandante e comprende di essere uscito dagli orizzonti familiari, riesce a far sorridere Delia. E’ consapevole di non avere più parte nella sua quotidianità domestica. Ma, proprio in quell’istante, la donna, rasserenata, si rivolge alla madre e gusta i primi bocconi della cena con un rassicurante “Ho fame”.

zi5Di anoressia, il cinema parla di rado. In Nessuno si salva da solo la malattia resta sullo sfondo. E’ un’ombra diradata, ma sempre incombente. Anche Gaetano mangia poco. Non soffre di questa patologia ma vive in preda a un’inappetenza legata alle sue radici familiari. I genitori sono una coppia affiatata ma il padre ha sempre ridimensionato l’autostima del figlio. A entrambi – sia Gaetano, sia Delia – sono mancati robusti principi e gratificazioni personali in casa. E il cibo si rivela sostentamento anche interiore per una via indiretta che, alimentando una sopravvivenza e soddisfazione fisica, consente un eguale compiacimento morale individuale. Proprio all’incrocio con una fame fisiologica mai cancellata stanno le menomate e depresse ambizioni sentimentali. Anche il cuore entra in quel digiuno. Non si mangia come non si dice “Ti amo” in un parallelo audace in cui forse una parola d’amore è il nutrimento degli affetti. L’equivalente di ciò che il cibo è per l’organismo.

zi8Il “non pasto” di Delia e Gaetano è però una strana forma di coincidenza di opposti. E’ bulimia mnestica. Fame divoratrice di ricordi e di passato. Il desiderio di agire interattivamente e cambiare qualcosa o tutto di quella vita scivolata via fra errori e intuizioni esatte. L’incapacità di poterlo fare. E un sentimento che traspare al di là delle parole e dei rimpianti. Veri o presunti. Avidità gastrica di dare una fisionomia all’amore. Vedere perfino come è pettinato. L’astinenza alimentare dai due versanti – fisico e affettivo – si sgretola e mette a nudo tutta la propria fragilità e insufficienza nella rivelazione di fine serata. Un uomo ormai anziano (Roberto Vecchioni) che si è abbandonato alle risate con la moglie (Angela Molina) per un’intera cena, davvero gustata, dice frasi amare con il sorriso. E offre un’àncora di salvezza. “Dite una preghiera per me. Nessuno si salva da solo”.

zi6La chiave è tutta in una morale che profuma di sacra devozione religiosa e forse in parte lo è. In realtà il concetto non è intriso di bigottismo baciapile, ma molto più esteso. Anche se porta i senza Dio Delia e Gaetano a pregare improvvisando un inginocchiatoio sui gradini di un museo scambiato per una chiesa dalla maestosa monumentale architettura. Ma il messaggio è limpido. L’intenzione è sufficiente. Il Padreterno non è schizzinoso. E fa niente perfino se quell’uomo non ricorda – o non sa – nemmeno un’orazione. Importante è condividere. Perché nessuno si salva da solo e, finché qualcuno si farà gli affari nostri, esisterà il conforto e soprattutto una via di fuga dalle miserie di tante forme di quotidianità.

[youtube AC83vD2b3X4 nolink]

Tag: , , , ,