S1“Crede nella guerra?”

“Diciamo che credo in uno spirito comune.”

 

 

Il conflitto mondiale raccontato dalle donne. L’assenza. Vuoti da riempire con affetti diversi. Ed effetti diversi. Un excursus letterario che approda al cinema, dopo aver raccontato la storia in presa diretta e averla lasciata decantare decenni. Inconoscibili forme di oblìo prima di tornare a galla. E raccontare una bufera dai mille spiragli della sensibilità femminile. Con i suoi rancori. E le sue speranze. Le sue invidie. E ingiustizie pretese. I suoi rimedi. Timori. E imbrogli.

Suite francese di Saul Dibb, poco prolifico regista inglese al quale si deve La duchessa e Bullet boy, è un film da sfogliare come un romanzo, nel quale immergersi e abbandonarsi pur restando vigili. La storia d’amore e la Storia con la esse maiuscola non sono lo sguardo retrospettivo di oggi su una frequentata stagione di drammi novecenteschi, ma il racconto coevo di ciò che stava accadendo in quei giorni. Ci troviamo dunque di fronte a una contemporanea che rispolvera sensazioni ed emozioni. Dolore. E ambizioni. Nondimeno, amore. E odio. Lucile (Michelle Williams), sposina rimasta sola, è in attesa di apprendere le condizioni del marito, prigioniero di guerra e si trasferisce a vivere nella casa di Madame Angellier (Kristin Scott Thomas), l’acida, cattiva e gretta suocera che schiaccia sotto la propria tirannia i mezzadri al lavoro per la sua famiglia.

S4“Non avevamo speso una sola parola sui sentimenti. Nessuna sull’amore”.

Tuttavia a Bussy, località di fantasia, dove le due donne vengono sfollate dopo l’occupazione di Parigi, arrivano le truppe tedesche e gli ufficiali alloggiano nelle ville patrizie. Bruno von Falk (Matthias Schoenaerts) è assegnato alle due donne e attira la rivalità della più anziana e la curiosità della più giovane. Ma quando sarà il momento di scegliere se favorire la fuga di un resistente che rischia la fucilazione per aver assassinato un soldato tedesco, colpevole di aver importunato sua moglie, oppure obbedire alle richieste naziste, anche Lucille sarà costretta a scegliere. Non sarà facile prendere partito e probabilmente la decisione finale non va intesa come un reale epilogo per chiudere un intreccio non solo sentimentale, ma va interpretata come una mediazione sociale vera e propria.

La protagonista tenterà di saldare, a suo modo, lo scollamento fra due classi sociali – l’aristocrazia e il terzo stato – da sempre contrapposte. Non soltanto dunque la chiusura di una serie di vicende che interrompono la narrazione, ma soprattutto una mediazione storica. Pur non essendo mai avvenuta, essa spiega l’origine di un fenomeno demografico e non soltanto sociale che, alla fine della guerra, stimò in centomila le nascite di bambini, frutto di relazioni segrete e clandestine. Oltre a delazioni. Denunce. Ragioni affatto oscure che scandagliano il tessuto di rapporti reciproci non soltanto fra persone di diversa estrazione ma anche fra oppresso e oppressore. Quest’ultimo è un lato poco trasparente dal romanzo cui il film di Saul Dibb è ispirato, ma tuttavia rappresenta una precisa dimensione storica.

S6“Sono io quello di cui tutti dovrebbero avere paura ma tua suocera fa scappare anche la peste”.

Suite francese nasce come romanzo ed è opera di Irène Némirovsky, scrittrice francese di origini ucraine, ebrea deportata ad Auschwitz, dove morì di tifo nel 1942. L’autrice iniziò a scrivere il libro raccontando le vicende legate all’invasione nazista in Francia e la conquista di Parigi. Il testo doveva comporsi di cinque parti, ma soltanto le prime due – Tempesta in giugno e Dolce – furono completate. Delle restanti si conoscono solo i titoli abbozzati dall’autrice – Prigionia, Battaglie e La pace – che non iniziò mai a scriverli a causa della deportazione. I manoscritti vennero custoditi in un baule che la Némirovsky affidò alle due figlie, Denise ed Elisabetta, prima della sua cattura. Queste però non guardarono mai all’interno del contenitore, sicure che vi fossero conservati solo diari e memorie. L’angosciante eco di quelle vicende dissuase le due sorelle dal leggere. Solo nel 1990 Denise Epstein trovò il coraggio di farsi strada fra quelle carte e mise le mani sul manoscritto di quello che dal 2004 è diventato un libro, tradotto in decine di lingue, primatista di copie vendute e ora anche un film. La donna ha avuto la soddisfazione di vedere il successo dell’opera materna e fu informata che ne sarebbe stata tratta una pellicola, ma non ha fatto in tempo a vederla ed è morta nell’aprile 2013. Tutto questo spiega per quale ragione questo affresco che, nei desideri della Némirovsky, doveva assomigliare a un nuovo Guerra e pace, va  invece giudicato non solo come un’invenzione letteraria, ma come la testimonianza storica di chi visse la conquista della Francia da parte dei nazisti e la relativa risposta popolare.


S5“Mi ero detta che loro erano come noi, ma non è vero. Nemici per sempre”.

Forse la chiave di lettura sta proprio nell’amalgamare ciò che appare inconciliabile. E se Lucille non crede che siano mostri coloro che, come tali, vengono sempre descritti, tuttavia oscilla sempre combattuta fra ciò che depone a favore di questa tesi e ciò che invece pare contraddirla. Anche in ciò sembra impossibile prendere una definitiva decisione e sembra che nemmeno le mitragliate servano a stabilire se ciò che appare è davvero il ritratto del Male. Più probabilmente esiste quella singolarità che differenzia individui. E rende errata nei presupposti qualsiasi generalizzazione.

Suite francese è musica. Non soltanto per la dolcezza tutt’altro che melensa di una schiera di personaggi ai quali si contrappone una galleria di volti aspri. Rudi. Spicci. Avari. Egoisti. Il mondo diviso in due. Il mondo salvato dai ragazzini. O forse no. Semplicemente. Il mondo. In tutte le sue sfaccettature. Il compromesso come la passione. La fame di denaro e ricchezze come la bontà. La comprensione. O la rassegnazione a eseguire ordini. Suite francese è musica intesa come una composizione che Lucille e Bruno suonano al pianoforte. Non si tratta della Suite française di Francis Poulenc e nemmeno dei componimenti composti tra il 1722 e il 1725 da Johann Sebastian Bach e catalogati Bwv 812-817. Nel film, il brano è in realtà “Dolce”, scritto dal compositore Alexandre Desplat.

S7IL RETROSCENA – La pellicola – stavolta il termine è appropriato perché girata in 35 mm e non in digitale – ha una gestazione complessa. I diritti vengono acquistati dalla televisione francese e, già nel 2007, la Tf1 decide di non affidare la regia a un connazionale per tentare di dare maggior respiro internazionale al film. Viene scelto così un regista inglese che seleziona il cast in due metà opposte. I militari sono tedeschi di nascita e madrelingua. I restanti – uomini e donne – sono di diverse nazionalità. Neanche i luoghi sono francesi, tranne una ridottissima scelta. La maggior parte del film, ambientata dalla Némirovsky a Bussy, località inesistente, è stata ricostruita a Marville, una cittadina belga che ha benvisto le riprese, al punto da accettare con soddisfazione l’intervento della produzione cinematografica per darne una caratterizzazione d’epoca. Il risultato è che le modifiche urbanistiche apportate non sono state più ripristinate e tutt’oggi sono rimasti nelle strade perfino i lampioni anni Quaranta utilizzati per il set. Così Marville, cittadina che si è modernizzata con estrema lentezza ed enorme parsimonia, è tornata al suo passato. E a quello francese.

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