images-1“Non è bene guardare un uomo pensando che non abbia ragione”.

 

Donne come uomini. Ipotesi di parità. O parità equivalente. Cambio di sesso a metà. Tra il reale e il virtuale. Rimanere donna senza esserlo davvero. Diventare uomo senza esserlo davvero. E allora come si chiama questo status indefinibile che nulla ha a che fare con abitudini e gusti sessuali. Quali confini ha un’apparenza malcelata eppure, allo stesso tempo, tanto nitidamente riconosciuta. E soprattutto chi è quella donna che non è un uomo e simultaneamente quell’uomo che non è una donna.

imagesVergine giurata di Laura Bispuri è il racconto di quella dimensione. Unica. Una storia albanese con appendici italiane.  Hana (Alba Rohrwacher) diventa Mark. Smette di essere donna. La sua mascolinità con gli anni le va stretta. Hana non è Hana. Ma nemmeno Mark. Finisce per emigrare e solo lontano da casa ritrova finalmente se stessa. Una trama lineare quanto oscura. Criptica, forse. Tutto ruota intorno ad alcune parole perché possa essere finalmente più chiaro. La prima è il verbo “diventa”. Non c’entra con l’omosessualità. Né ogni forma di chirurgia plastica.  Diventa… è a suo modo un vestito che va e un altro che arriva. Così. Semplicemente. Un’apparente apparenza. Ma una viscerale realtà. La donna non abbandona il suo sesso naturale e nemmeno le sue inclinazioni. Solo, cambia la natura. Sceglie di avere ciò che non le è stato dato. Il diritto di uomo. Appunto, diventa.

Vergine giurata. Le altre due parole. Uno status giuridico. E antropologico. Viene definita così colei che rifiuta di  restare donna. Accetta di diventare uomo. Vestirsi da uomo. Acquisirne i diritti. Sociali. Lavorativi. Fumare in pubblico e abbracciare un fucile. Bere e mangiare nei locali proibiti alle donne. Acquistare e vendere proprietà. Combattere e partecipare alle vendetta dei clan. Ma non conserverà il suo nome femminile. E, soprattutto, giura di non legarsi mai – né sentimentalmente, né sessualmente – a nessuno. Non potrà sposarsi, tanto meno stringere relazioni con alcuno dei due sessi. Natura violentata.

Unknown-2Così, Hana diventa Mark. Vergine giurata. Ma l’indole non la cancella nessun codice, scritto o consuetudinario. Così, per certi versi, Hana non diventa. Rimane. Resta quello che la biologia ha scelto dovesse essere. Una femmina. E non importa se i capelli tagliati e lineamenti induriti possono confondere. Non importa se una fascia appiattisce un seno ridotto. Se una camicia e una cravatta completano la trasformazione. Ingannando. In fondo, si resta donne. E la meraviglia è proprio questa. Perché non tutto, non sempre può cambiare. Né si può cambiare. Hana se ne rende conto vivendo. Mark è una proiezione fittizia di un mondo virtuale, ma ahimè reale in nascoste parti d’Europa. Mark è un individuo artificioso che di fatto non esiste. Così quando approda in Italia, Hana l’emigrante, scopre che Mark non è mai esistito davvero. Che nello Stivale – così vicino e così lontano – nessuno ha “visto” Mark. Ma solo Hana.

images-2L’Italia è insomma la frontiera della maturità. E i vestiti cadono. Lentamente. I precedenti ritornano. Tra fisiche pulsioni e sentimentali necessità. Mark prende lentamente consapevolezza di essere Hana e non essere mai diventata Mark. La smaschera l’ingenua nipote. Ma è un dettaglio. Mark scopre che quell’ombra cupa della sua personalità non è legata a un mondo primitivo nel terzo millennio. E’ la proiezione della propria compiuta infelicità sul selciato della quotidianità. E’ una carenza presente. Immanenza. La perdita a causa del rifiuto. Dell’esser diventata qualcosa che mai è stata davvero. L’Italia non è l’approdo della gioia ma la propria dimensione ritrovata e riconquistata. Il viaggio verso casa della sorella è il ritorno al suo essere donna. La morte definitiva di Mark. Il non ritorno. L’estasi liquida di un bicchiere di rosso. E una canzone.

Vergine giurata è un film cupo e tetro. Dai colori lividi di pioggia e di umidità. Di brividi e lontananze. Ed è una storia lontanissima dall’Occidente delle quote rosa. Dai reggiseni lanciati al vento in un Sessantotto mai conosciuto. Dalle lagnose nenie femministe. E’ una retriva e cavernicola realtà ignorata e misconosciuta. Ma pur sempre presente. Anche in un pianeta che mangia bit. Vive di kappa. Fotografa con i pixel. E sì, sogna di sbarcare su Marte.

IL RETROSCENA – In Albania lo status di vergine giurata è la scappatoia consentita alle donne per sottrarsi alla subalternità rispetto alla figura maschile. La vita sociale è regolata da un codice consuetudinario – il Kanun – che fissa diritti e doveri.

  • Non è bene bere prima che un uomo beva
  • Non è bene fumare
  • Non è bene imbracciare un fucile
  • Non è bene parlare prima che un uomo parli, né andare da sola nei boschi senza un uomo
  • Non è bene scegliere il marito
  • Non è bene svolgere i lavori degli uomini
  • Non è bene scegliere prima che un uomo scelga
  • Di fronte alla legge il disonorato è considerato come persona morta
  • Il sangue non si sostituisce con la multa
  • Il disonorato non si appella alla giustizia e il valoroso si fa giustizia da sé
  • La donna è un otre che sopporta pesi e fatiche

youfeed-alba-rohrwacher-come-un-uomo-in-vergine-giurata-di-laura-bispuriIl Kanun interviene anche in tema di diritto penale e civile disciplinando la famiglia. Il matrimonio. Il lavoro. I contratti. La proprietà. I delitti. I risarcimenti. A tutt’oggi è in vigore nelle zone più arretrate dell’Albania del Nord dove l’onore regola una società fortemente patriarcale e patrilineare. Alla donna non è riconosciuto alcun diritto, se non quello, appunto, di diventare una “vergine giurata” (burnesha). In tal caso, deve contrarre giuramento di conversione davanti a dodici uomini del villaggio e, da quel momento, assume comportamenti, costumi e movenze maschili. Le viene riconosciuto tutto ciò che spetta agli uomini ma si impegna ad astenersi totalmente dalla vita sessuale. Di questo fenomeno esistono testimonianze da due secoli e ancora oggi sono censite un centinaio di vergini giurate che abitano tra il Kosovo e zone di confine con la ex Jugoslavia dove questa usanza era diffusa anche in Serbia, Montenegro e Bosnia.

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