lat6“Bene, andiamo in scena. Ho la sensazione che non se ne sia mai andato. E ci controlli”.

Saverio era un tipo un po’ così. E la vita la viveva come un gioco. “Bisogna giocare e giocarsela” soleva ripetere, ma in fondo a quelle parole non ci aveva creduto lui per primo. Faceva il brillante senza esserlo davvero. Insomma, si dava un tono. Poi alla controfigura – sempre la stessa da anni – toccava il “lavoro sporco”. Intanto lui, a tempo perso, seduceva qualche fanciulla. Poi tornava a “casa”. Ovvero fra le braccia di quel tizio con le cicatrici. Quello che si faceva male al posto suo. Una carta geografica di smagliature contro la sua pelle limpida.

lat1Saverio Crispo non è mai esistito e dietro le sue fattezze si nascondono, volta a volta, divi di ieri più che di oggi. Un James Dean senza coraggio. Un Rodolfo Valentino troppo equivoco. Un Marlon Brando troppo integrato nel sistema. Un anno luce lontano da Sean Connery. Insomma, una merda. Eppure… era il migliore di tutti. Inutile cercare a Hollywood e dintorni a chi assomigliava Saverio Crispo. Anche nella finzione cinematografica. Perché quell’uomo non esiste. E non è mai esistito. Semplicemente, era uno specchietto per le allodole. Latin lover di Cristina Comencini non è una pellicola di conquistatori o di nostalgici ammiccamenti in cui cadeva la sprovveduta di turno. E’ un film – forse il più severo e implacabile – contro le donne. Ma siccome è fatto da una donna, va tutto bene. Perché il sale sulle ferite non lo getta il maschilista represso. Repressivo. O repressore.

lat5A ben vedere, nemmeno gli uomini escono granché di lusso da quei fotogrammi. Tuttavia su di loro si addensano i soliti stereotipi. Un po’ cialtroni e molto farfallini. Fin troppo vanitosi e vani. Attenti, comunque, sempre a quello. Varianti comprese. Poco da andare orgogliosi, dunque. Ma al gentil sesso va peggio. Distratte. Inutilmente gelose. Ingenue. Profondamente stupide. Eccessivamente facili. Illuse. Profittatrici. Complessate. False. E un po’ zoccole. Insomma, una galleria di tipologie tutt’altro che lusinghiere. E, fortunatamente, è solo finzione. E’ il cinema, bellezza. E’ sana follia. Così, al decennale della morte di quel discutibile Casanova, le femminucce di casa disperse in mille rivoli decidono di trovarsi e celebrare la figura del grande padre. Un tipo che grande non lo era affatto anche se il biografo di turno – Toni Bertorelli che imita il Tino Scotti che fu – ne decanta lodi ed elogi sperticati quanto infondati.

 lat3La verità è che tutte hanno paura della verità. E l’unico che la racconta è la controfigura. Il solo che forse Saverio abbia realmente “sposato”. Il solo con cui non abbia fatto figli. Perché era impossibile. Le altre, tutte, presenti e assenti, temono quella rivelazione. Un uomo che usa le donne come un paravento e queste ultime fin troppo soggette al fascino della bella vita, lusso e vestiti per non accorgersi che tutto era finzione. Anche fuori dal set. Anche il cuore di plastica di quel divo da strapazzo. E l’inganno si perpetua senza sosta. Perché di madre in figlia si tramandano solo fandonie. Falsità. Ipocrisie. Racconti preconfezionati. Bugie vestite a festa, con il fiocchetto rosso, per nascondere l’amara realtà e, con essa, la pochezza delle braccia femminili che  hanno sposato Saverio. E in quell’abbraccio hanno fatto una figlia – regolarmente una femmina – e siano state felici di chiamarle così, rigorosamente, con un nome che comincia per esse.

lat7L’italiana Susanna (Angela Finocchiaro), imbrogliata dal padre e dalla madre, tuttora in dubbio, dopo quarant’anni, se l’avesse concepita con Saverio o con un garzone. Del set o dell’albergo, poco cambia. La francese  Stephanie, un’odiosa Valeria Bruni Tedeschi, insoddisfatta e preda di complessi d’inferiorità che ha girato tre mariti da cui ha avuto altrettanti bambini. Copiata sulle fattezze del padre e bruttina quanto lui. La spagnola Segunda (Candela Peña) che è la terza ma una crisi d’originalità nella scelta del nome ha terremotato l’aritmetica e la discendenza. E’ la più seria di tutte. La più cornificata da un marito insulso come il padre, ma meno ricco e famoso. La scandinava Solveig, l’unica a non aver conosciuto da vicino il genitore ma a trovarsi nei cromosomi l’insostenibile leggerezza del sesso, al punto di andare a letto con il cognatino. L’americana Shelley, smascherata con l’esame del Dna, preteso dalla puntigliosa quanto avida madre e vittima di una conquista solo tentata dal discusso Saverio. Infine, la cameriera Saveria…

lat2Ce n’è per tutti e tutte. Senza sconti, né perdono. Sia per Rita, la madre italiana interpretata da una Virna Lisi che la morte ha rapito prima che potesse vedere conclusa la sua ultima perla. E’ la donna che accudisce l’impenitente imbroglione fino all’ultimo giorno ma si “vendica” facendo dormire la terza moglie, la spagnola Ramona (Marisa Paredes), nello stesso letto dove lui si è spento. E fortunatamente le due erano diventate amiche. Nel tempo.

Latin lover è tanta apparenza e molto imbroglio. Dietro il sorriso c’è un rancore mai sopito. E la paura che la verità venga a galla. Tolga la maschera a una famiglia che tale non è. E a un morto che tutto potrebbe essere, ma non certo un esempio. Drammatico nei suoi significati, il film ha il tono scanzonato di una commedia gradevole. Anche se continuiamo a credere che l’altra metà del cielo non sia un campionario assortito e variopinto di queste meschinità in gonnella.

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