z2“La vera forza di un intoccabile è il silenzio che impone agli altri”

 

Sarà stata la nostalgia. Gli anni Settanta furono roba per stomaci forti. Di violenza ce n’era per tutti i gusti e tutte le specie. Politica. Li ribattezzarono gli anni di piombo e proprio allora si cominciò a sparare nelle strade. Uccidere giudici, giornalisti, industriali, docenti universitari. Criminalità organizzata. E disorganizzata. La mala cominciava a perdere lo statuto che in fondo ha sempre avuto in passato. Una sorta di codice etico che proibiva di rivalersi sui più deboli. Mogli e bambini di picciotti vittime o aspiranti tali entravano nel circuito. E la droga assolveva un ruolo cruciale. Per gli stupefacenti si uccideva. Ci si sporcava le mani. Si scannava chiunque. Fruttava soldi. Garantiva una clientela. E morti in quantità.

z1French connection di Cédric Jimenez si inserisce in questo scacco. Quando la criminalità comincia a diventare grande. Non nel senso che mette giudizio, ma in quello che la porta a diventare un’industria. Del crimine. Sotto ogni forma, ma con un solo fine. Diventare sempre più ricchi. Essere sempre più potenti. Imporre il proprio codice. E sapere di avere vassalli da comandare a bacchetta. E se “comandare è meglio che fottere” come recita un adagio meridionale, il cerchio si chiude. Tuttavia French connection nulla c’entra con l’Italia. Marsiglia è un crocevia di delinquenza e fette di mafia si dividono e spartiscono la città. A fette. Qualcuno vuol prevalere e lo spartito s’incanta. Come un vecchio disco. E una melodia già sentita.

z3Il giudice inflessibile. Crociato del Bene. Una drogata che innesca la miccia. I sicari che sparano. Trafficanti che esportano e importano carichi di cocaina. Boss che programmano morti tenendo le mani pulite. Vivendo l’ombra e la musica di locali dove donne facili si concedono a clienti mascherati. Prostituzione e stupefacenti. Un sindaco tollerante che diventa un ligio e rigido tutore della legalità non appena sale il gradino. E diventa ministro del neo eletto presidente Mitterrand. Non basta. A spuntarla saranno gli agenti. La parte sana della polizia. Quella che non prende mazzette dai boss. E combatte fino all’ultimo. Non si risparmia fino a offrire la propria stessa vita. E i miracoli valgono premi alla memoria. La piovra senza tentacoli costa vite.

z4Insomma gli ingredienti non sono originalissimi. E proprio questo è il difetto maggiore di un film peraltro avvincente quanto inutile. I marsigliesi. I poliziotti buoni o cattivi. I boss. I politici a due facce. La polizia corrotta che lotta contro colleghi incorruttibili Il Bene che fatica, ma poi vince sul Male sono stati visti e rivisti decine di volte in poliziotteschi italiani, francesi e americani dell’epoca. Marsiglia è stata una protagonista a più riprese del grande schermo in questa prospettiva. Insomma non c’è nulla – dicasi nulla – che non sappia di vecchio e obsoleto. Ma se allora aveva un senso, era il termometro della tensione di quei tempi, oggi quello spirito si è completamente perduto.

French connection resta un’antologia del dejà vu per immagini. Tutta roba trita e ritrita che non incanta né delude. Resta sospesa a mezz’aria. A meno che non si tratti di un rigurgito di nostalgia. Non certo verso la mafia di allora o verso i buoni che persero la vita combattendola. Anzi. Piuttosto all’indirizzo di un tipo di cinematografia che punta su quella vecchia suspence d’antan per ricreare atmosfere oggi dissolte.

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