ani2-“Non posso salvarti. A malapena salvo me stesso e mio figlio”.

-“Non ti ho chiesto niente”

Faccia a faccia con la sciagura. L’io dopo una sciagura. Faccia faccia con una vita che tale non è più. Dipendenza da sedativi e tensione permanente. Un destino di morte che incrocia un altro destino di morte collegato al presente, attraverso un filo inarrestabile, con il futuro e il passato. Lo ieri di bambina. L’oggi di moglie e madre. Infine la solitudine. Incapacità femminile di superare il trauma di un incidente stradale in cui le viene strappato il bambino.

ani3A dispetto di un titolo, peraltro pertinente, che si giustifica solo nelle ultime scene, Cake di Daniel Barnz è una tragedia immota. Una donna (Jennifer Aniston), sposa e mamma felice, perde il suo piccolo in un incidente stradale ma il dramma non riesce a uscire dai suoi occhi e dal suo cuore. E’ apnea soffocante. Costringe il marito ad andarsene. Viene cacciata dal gruppo di ascolto in cui entra, nel tentativo di guarire. Ha amori occasionali e vuoti. E una badante, unica persona al mondo che riesca a tollerarla. Il suicidio imprevedibile di Nina, una compagna di corso, la getta in un ulteriore stadio di angoscia che tuttavia le consente di avvicinarsi al marito di lei. Nell’uomo, la protagonista legge la rabbia, non il dolore, per quella vita volontariamente interrotta. Si sente abbandonato. Lasciato. In balìa dei sussulti pericolosi della quotidianità. Un presente amaro e alienante per due mondi opposti che arrivano a congiungersi, ma che un dolce amaro e un aquilone danno l’idea di rendere più digeribile.

Jennifer Aniston make up free on setIl film ha due caratteristiche principali. L’immobilità assoluta e la lettura del suicidio come forma di arroganza nei confronti di chi resta in terra a gestire le conseguenze di quell’apocalisse individuale. Cake, di fatto, è assenza di trama ed è completamente privo di uno sviluppo narrativo. E’ più che altro un’indagine introspettiva su due galassie che entrano in contatto. I due differenti modi di perdere qualcuno. Per la donna è il figlio, per l’uomo è la moglie, con l’unico denominatore comune di dover rinunciare a due affetti. E chiave della tragedia è quel verbo dovere che impone e non ammette scelte. Claire – Jennifer Aniston deve accettare il verdetto del destino, ma non vi riesce al punto da diventare schiava dei sedativi. Delle proprie inquietudini. Della rabbia mai digerita nei confronti di una sorte perfida. E i malesseri psicologici che ne minano l’esistenza, oltre alle tracce fisiche evidenti che ne condizionano il presente di difficile sopravvivenza attraverso una deambulazione precaria, sembrano scomparire insospettabilmente e inaspettatamente nell’incontro con l’investitore, che ha riconosciuto la sua colpa e ne chiede perdono. Ma viene aggredito e picchiato.

E’ ira per una morte che si rispecchia in ira per un’altra morte, raffigurata stavolta negli occhi e nell’animo del marito di Nina. Si ribaltano i presupposti. Stavolta non c’entra la compartecipazione del caso. Stavolta è deliberata e determinata volontà. Ma quella decisione, inevitabilmente investe il futuro di altre persone. La morte che Nina si dà non è più un gesto di disperazione che porta alla suprema rinuncia. Se stessi. Agli occhi del marito appare come l’arroganza di chi decide la propria uscita di scena proporzionalmente alla trasformazione dei ruoli di altrui vite. In sostanza la morte – lucidamente deliberata – assume i contorni della prevaricazione. Il suicidio come gesto arrogante. Protervia. E l’immagine sfumata della donna, nei ricordi di quando era ancora in vita, non ha mai il tratto dolce della vittima, sia pur della propria psicologia ferita, ma quello austero di chi decide anche per gli altri. E la prospettiva del suicidio, nella fattispecie visto come l’obbligo di affidare l’educazione di un bambino all’unico genitore che rimane, è poco frequentata e lascia aperto il tema al dibattito. Il suicida esce quindi da quella cortina di pietà che spesso lo avvolge, in virtù della coraggiosa capacità che solo la disperazione sembra in grado di dare a chi vuol uscire dalla vita. Lo scacco è nell’attimo di consapevolezza che lega il suicida agli ultimi lucidi istanti prima della fine. La naturale propensione a evitare il passaggio. La forza di saperlo affrontare in virtù di un animo oltre la sopportazione e la sopportabilità. Sulle labbra di Nina si disegna il sorriso sardonico di chi infligge un castigo ad altri, più dell’anelito a una agognata pace eterna.

ani4Cake rivela anche un’insospettabile Jennifer Aniston, uscita dai canoni della commedia leggera di cui ha dato ampia prova di se stessa in molti film banali come Il cacciatore di ex (2010) di Andy Tennant, Due cuori e una provetta (2010) di Gordon & Speck, Come ammazzare il capo… e vivere felici (2013) di Seth Gordon o Come ti spaccio la famiglia (2013) di Marshall Thurber. Approda così a un ruolo drammatico che ne fa un’attrice diversa. Infine il passo oltre lo scontato risvolto dell’amore e del sentimento. In Cake questo motivo fa da sfondo, mentre in primo piano si trova l’individuo. Tra pulsioni e sofferenze. Lontani da temi vicini a Una nuova amica di François Ozon in cui la morte di una compagna di giochi in età adulta è il tessuto connettivo che spinge la protagonista nel cuore dell’insolito vedovo, sull'”altra sponda” solo per gioco. Motivo che mostra uno sbocco diversissimo da Cake – i figli delle coppie di fatto nelle loro varie declinazioni – ma che tuttavia parte dallo stesso punto. Una morte che separa, ma allo stesso tempo unisce cuori sopravvissuti.

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