zPer sua natura Giuda si nasconde. Non necessariamente sarà quello che metterà il pane nel piatto dell’ultima cena. Anzi. Basterà la griglia di un confessionale a celare il volto del traditore all’uomo che verrà offerto in sacrificio. Calvario di John Michael Mc Donaugh può essere letto come un giallo futuribile dove la domanda non è più chi è stato ad uccidere, ma chi sarà ad armare la propria mano. Un meccanismo che è un chiaro riferimento all’Hitchcock di Io confesso ma rischia di essere frainteso e di vedere notevolmente ridimensionato lo spessore di importanza di questo film.  La caccia al probabile assassino è destinata dunque a passare in secondo piano a privilegio del vero spunto centrale della pellicola. Il calvario di un Cristo moderno negli abiti di un sacerdote che percorre le stazioni del suo personalissimo Golgota, calato in un attualità e in una modernità stringente.

z3La cornice di questa via crucis è individuabile infatti in una delle piaghe che hanno afflitto la Chiesa in questo scorcio di fine secolo e inizio del nuovo millennio. La pedofilia dei preti e la corruzione sotto la tonaca. Gli spazi verdi dell’Irlanda che fa da cornice ambientale allo svolgersi della vicenda è un Getsemani senza confini specifici e tocca tragedie psicologiche familiari e problemi più generali. Padre James (Brendan Gleeson) è un uomo che veste l’abito talare dopo la morte della moglie che lo mette faccia a faccia con una crisi profondissima che lo avvicina alla religione. Il gesto finisce per ripercuotersi sulla figlia (Kelly Reilly già incontrata ne Lo scafandro e la farfalla di Julian Schnabel) che all’improvviso si trova senza la madre scomparsa e senza il padre che si eclissa per prendere i voti. E’ un abbandono doppio che tocca il cuore e la sopravvivenza di una ragazza instabile.

z2Ancora una volta l’adolescenza viene lambita da un percorso confessionale che spinge a un primo confronto serrato la realtà sacerdotale con quella della pubertà. Il bambino che diventa adulto. L’evoluzione. Il momento in cui la fragilità rischia di finire sotto scacco, preda di un’autorità rassicurante che si rivela ambigua fonte di insidie. Ma padre James è anche il terminale di accuse alla categoria cui appartiene. Su di esso si riversano la tare infantili di chi – con la pedofilia – si è confrontato e ne è rimasto incolpevole vittima. Ha pagato con tare radicate e profondissime una vita da disadattato e violento che non gli ha permesso di costruirsi una famiglia serena e ha ceduto alla violenza perché forse nella violenza è nato e cresciuto.

z1Sotto queste negatività si consuma il destino di un prete che un crudele proposito attira nel labirinto di una vita senza via di fuga. Al parroco viene annunciata la sua morte come Cristo era consapevole di doversi sacrificare per la redenzione e la salvezza del genere umano dal peccato. E in un certo qual senso anche al sacerdote è assegnata la stessa sorte. Sapere di dover morire per scontare colpe delle quali non è il diretto responsabile. Un patimento e un Golgota che si mescola all’umana curiosità di sapere chi sarà il nuovo Giuda. Chi sarà l’assassino. Ma il problema non è certo quello di arrivare al termine delle riprese per scoprire chi sarà – tra i tanti parrocchiani – l’uomo deciso a uccidere. Nella ricerca di un verità che si rivela come una non verità, padre James si confronta direttamente con il distacco della sua comunità. Una sorta di agnosticismo su scala ridotta della distrazione umana con la quale Cristo fu accolto e non riconosciuto.

z5Alla stessa stregua il protagonista è il bersaglio di una collettività che lo emargina. Lo deride come i soldati sotto la croce. L’incendio della chiesa altro non è se non l’evidente dimostrazione di un abbandono manifesto. Oltraggio a prescindere. Fine annunciata. Un cerchio che si stringe come una tortura. Una corona di spine. E poco importa se il Golgota del terzo millennio è la riva di un mare burrascoso dove solo un bambino è testimone del supplizio finale. Non ci sono più figli né madri a piangere la crocefissione di un martire. Ma soltanto una promessa che diventa debito. La soppressione di un innocente in nome dei peccati di un’umanità intera. E’ questo il valore e lo spessore di Calvario, secondo film del regista inglese di origini irlandesi. Ed è un passo importante quanto studiato. Un geniale e intelligente modo di affrontare un tema scabroso con la delicatezza di un parallelo che avvicina la figura di Cristo a un qualsiasi sofferente povero cristo perduto tra i flutti e tra i millenni di un’umanità dilaniata e disperata. Un’umanità senza Dio. Fatta da infiniti “senza Dio” armati. Di rivoltelle. E del male forse peggiore. Il pregiudizio.

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