fasci4“Ogni atomo di silenzio è la possibilità di un frutto maturo”

 

L’ambizione della penna e il profumo di un mito. Un Paese lontano. Il Giappone nel quale nascere per un puro scherzo del destino. Accorgersene e volervi tornare. O forse andare. Perché se si sceglie dove vivere, non si sceglie mai dove nascere e talvolta la beffa del caso ha il sapore di un presagio. Destinazioni inossidabili. E un’ombra come guida.

La scrittrice Amélie Nothomb è l’anima corsara de Il fascino indiscreto dell’amore di Stefan Liberski, un film tutto belga nella concezione. Nei protagonisti. Nella regia. Nel testo cui s’ispira la sceneggiatura, individuato all’interno della produzione della Nothomb – belga anch’essa – con il romanzo Né di Adamo né di Eva. Si tratta di un’opera a carattere autobiografico sia nella sua versione letteraria, sia in quella cinematografica. E qui sta un primo motivo di stupore in quanto l’autrice – non ancora cinquantenne – appare perfino un po’ troppo giovane per tirare il bilancio di una vita che ha ancora molto da dire e da dare. In realtà questo sguardo a ritroso nel passato soggettivo di Amélie, nome della protagonista sul grande schermo e della Nothomb in carne e ossa, traccia uno spaccato limitato delle sue esperienze pregresse. Il primo amore. Il primo distacco dalla famiglia d’origine. L’anelito alle prime conquiste personali.

fasci1La meta è quel Giappone nel quale la Nothomb visse la sua infanzia per poi trasferirsi prima in Cina, poi nel natio Belgio. Nota discorde rispetto alla figura che la rappresenta, venuta alla luce invece in Giappone e poi trapiantata altrove, ma sempre con il sogno di tornare nel Paese più occidentalizzato d’Oriente. Se tuttavia il romanzo è la pietra miliare sulla quale viene costruita la pellicola di Liberski – regista parsimonioso per la distillata produzione tutt’altro che torrentizia – non è certo la biografia della scrittrice a costituire il solo e unico tema proposto da Il fascino indiscreto dell’amore. Decisamente più importante e appariscente risulta il motivo delle identità nazionali, da un punto di vista antropologico e culturale. La protagonista lascia la casa di famiglia a soli vent’anni rincorrendo il suo sogni di affermarsi come romanziera, ma scegliendo come propria frontiera proprio quel Giappone cui deve i natali e null’altro.

Tokyo diventa dunque casa e buen retiro al tempo stesso. Nel primo caso approdo a una forma traslata di alveo materno geografico, nel secondo cornice e culla dove far crescere l’ispirazione che la conduce alle vette del firmamento letterario. Tuttavia, la vita, ben più prosaica dei sogni, impone necessità di auto-mantenimento e la fanciulla può contare sull’unico bagaglio che possiede. La conoscenza del francese, essendo cresciuta nel parte francofona del Belgio. Si propone come insegnante di lingua e madrelingua e trova un coetaneo Rinri con il mito della Francia e della cultura francese, ma figlio di una coppia veteronipponica, custode delle usanze tradizionali.

fasci3L’incontro fra i due ragazzi che sfocia presto in un reciproco sentimento si rivela una storia d’amore atipica e sorprendente. Nessuno dei due è il sogno del cuore dell’altro. Entrambi sono realmente innamorati solo di ciò che rappresentano agli occhi della mente e della predilezione altrui. Amélie – la belga Pauline Étienne – idealizza il mito del giapponese e il suo spirito filosofico ed esistenziale nella stessa misura in cui Rinri compie la medesima operazione nei confronti della ragazza. L’infatuazione è ideale e idealizzata. “Fou pour la France” da parte del giovane dagli occhi a mandorla. Devozione orientale per la fanciulla. Non per nulla il loro è un amore da strada. Rinri è una sorta di guida tursitica del Giappone per la sua amica. Quest’ultima è la chiave d’accesso al pensiero francese che lei per prima vuol abbandonare per impadronirsi e impregnarsi del “suo” Giappone.

In buona sostanza l’asse centrale del film sta in questo confronto fatto di etichette e di miti. Le ossessionanti scuse che Rinri rivolge alla fidanzata e la baldanzosa grinta di Amélie che si distacca dal disincanto orientale. Confronto di leggende che, a differenza degli esseri umani, non possono però sposarsi. E il fidanzamento si rivela posticcio come un amore finto nei cuori e vero nei passaporti. A cancellare il sogno sarà un terremoto con annesso maremoto e distruzione di larga parte del Paese. Simbolismi. Metafore di ciò che sta in fondo in due cuori anch’essi terremotati fin dall’inizio ma senza il coinvolgimento degli affetti reali. Il Giappone in ginocchio allontana coloro che non sono suoi veri figli. E Amélie, mai stata una vera giapponese, è costretta a lasciare Tokyo. Non vi tornerà nonostante i proponimenti e le rassicurazioni del fidanzato. Il terremoto distrugge gli ideali. Travolge case dalle fondamenta solide. E spazza via amori, più simili alle chimere che al sentimento.

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