get-2.do“Più che un leopardo, sembra un pollo. E pensare che dovrebbe essere un animale feroce… Uno di quelli che sbranano”. Design da correggere. Michael Cimino, 76 anni suonati e tanta guasconeria come un ragazzino, ritira il premio alla carriera e non le manda a dire. Locarno aspetta Floride, l’ultimo elegantissimo e garbato lavoro di Philippe Le Guay, prima che vengano rispedite sul maxi schermo di una piazza Grande gremita le immagini de Il cacciatore, il capolavoro che al regista valse ben cinque Oscar. Detto da un architetto mancato, il leopardo con le fattezze del pollo assume un colore diverso. Fatto di caustica ironia. “Non ho mai capito come io sia finito a Hollywood. Devo aver sbagliato strada e mi sono ritrovato nel cinema. Come sia successo, non lo so spiegare. Forse ho preso una deviazione e non ho più trovato la via giusta. Ho cominciato, girando spot di auto. Era un ottimo compromesso per trovare belle macchine e belle donne. Poi ho perso la bussola”.

Italo-americano come tanti De Niro, Scorsese, Pesci, Di Caprio, lancia le poche parole di italiano che conosce. Il tono non è quello del divo. “Non sono un insegnante e non ho nulla da insegnare. Tarantino, oltre a essere una splendida persona, è cresciuto in un negozio di video. È un cinefilo. Io sono un designer frustrato, precipitato sul set da uno strano asteroide”. Cimino è un cacciatore di film. Uno scrittore. Dopo aver lasciato al loro destino gli strumenti del progettista, si è affezionato alla penna. “Scrivo di persone che conosco. Senza personaggi non ci sono storie. Il cinema, in fondo, nasce dalla realtà per trasformarsi in finzione. Il ventre materno non è la fantasia, ma la vita vera”. Quindi, infinite avventure. “Se si guarda dentro di noi si trovano sempre nuovi spunti. Basta aspettare. Lasciarli scorrere. E farli emergere. Non mi interessa parlare di cambiamenti politici o climatici, ma un uomo che vuole conquistare il mondo… questo mi intriga”. Eppure, per tanti versi, la scrittura è solitudine. Si vaga con l’immaginazione, ma ci si ritrova soli. In un piccolo universo costruito ad arte. ” Si scrive immersi nel proprio io. Ed è difficile, perché è complicato essere autentici con se stessi”.

Per Cimino il cinema è “anarchia controllata”. Caleidoscopio di forme. Pazzia. “È il caos, dove lo stereotipo vince sulla verità”. E il regista è un pilota o un timoniere che deve tentare di mettere le cose a posto. “L’unico consiglio da dare a chi vuol fare questo mestiere è studiare recitazione. Aiuta a diventare migliori sceneggiatori e autori. Perché solo sulla scena si impara ciò che non si può dire con parole”. Da Il cacciatore a L’anno del dragone. Da Una calibro 20 per lo specialista a Ore disperate. Film distillati che sanno di fatica. E hanno infiniti riflessi. “Scrivo sempre. Ho un’infinità di fogli a casa. Quaderni. Appunti. Ma non so che cosa farmene. Ho una stanza ordinata, ma è una montagna confusa di cartacce. Vivo in California. Zona di terremoti. Ci penseranno loro a mettere tutto in ordine”. Sono questi i progetti futuri di Cimino che non ha fretta di tornare sul set perché il il lavoro comincia dai personaggi. “Scrivo di persone che conosco. Senza personaggi non ci sono storie. Tutto riguarda gli uomini. Il resto sparisce. Si dimentica. Si cancellano le giornate, non gli uomini”. E sono loro i protagonisti sul grande schermo.

Michael Cimino - Pardo d'onore SwisscomIl binomio Michael Cimino – Clint Eastwood è molto più di una suggestione. È storia del cinema. Una sola interpretazione e un curioso retroscena. “Clint mi ha fatto riscrivere tutta la sceneggiatura di Una calibro 20 per lo specialista. Aveva ragione lui. Ma in quella occasione forse ho tradito me stesso e a Eastwood ho permesso di fare l’Eastwood. Amo stravolgere i ruoli. Geoffrey Lewis aveva sempre recitato come il cattivo. Amavo l’idea di vederlo nelle vesti del buono. Perché resto dell’idea che i migliori danzatori siano quelli che hanno qualche chilo in più”.

La Settima è un’arte mista. Al confine. Tra vero e falso. Soprattutto, un grande ventre di celluloide che ospita pittura. Azione. Musica. Parola. Letteratura. “Il cinema è tutto, non una cosa soltanto. Ma oggi Hollywood è effimera perché molti profili non sono modellati su persone reali. Così invecchiano con rapidità. E, poco dopo averli visti, già sembrano pezzi d’epoca”. Un po’ come certi ambienti surreali e strani del suo amico Sam Peckimpah. Maledetti sulla strada del West. “Lui amava questa fetta d’America. I cowboy. Quelli veri. I rodei. E quelle cinture d’argento che balenavano nella notte, esibite dai vaqueros più coraggiosi. Questo era Sam e queste erano le sue muse. Gente selvaggia e folle. Pari al suo talento”.

Un Far West che fa rima con John Ford. E si ricollega alla Monument valley, teatro di tanti sui set. Eppure spesso un falso storico. Inimmaginabile. “I comanche vivevano in Texas, non tra Utah e Arizona. Ma l’errore più grande è girare le riprese in un territorio sacro. Quando ci sono andato, ho fatto una donazione ai Navajo e come dedica ho lasciato Dio benedica John Ford, ma non avrei mai messo la mia macchina da presa in quella terra. E dopo di lui, tutti i film realizzati lì hanno fallito”. Dies irae. O ira divina. Come tante scene di guerra, sulle quali bisognerebbe mettere la parola fine. Per sempre. “Nulla è buono o cattivo in assoluto, ma è il pensiero a renderlo tale, scrisse Shakespeare. Ma di stragi non ce n’è più bisogno. Il cacciatore è stato girato per questo. E se dovessi rifarlo, non cambierei nulla. Tutti i conflitti sono difficili da capire. Sono la follia degli anziani di cui i giovani pagano le spese. Torture. Morte. Famiglie lacerate e disperate. Ieri come oggi, le donne piangono i loro figli nella stessa maniera. Ora è il momento di finirla. Il Vietnam di ieri vale tanti Vietnam diversi di oggi”.

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