La cantonata del Ticino. Locarno si intestardisce a voler fare l’orientale e i musi lunghi sono più numerosi dei sorrisi. “Libera critica in liberissimo festival” ha tuonato con austera simpatia Marco Solari, presidente della prestigiosa rassegna cinematografica, diretta artisticamente da Carlo Chatrian. A quest’ultimo si deve il sostanziale passo avanti nella qualità dei film in gara che quest’anno si sono rivelati una pattuglia più consistente del passato. Tuttavia, scegliere non era difficile. E, senza nulla voler togliere alle pellicole del Sol levante, l’Occidente era assai ben rappresentato.

get-3.doIl francese Chant d’hiver di Otar Iosseliani è una pellicola che fa dell’ironia la sua arma migliore e propone una serie di siparietti in cui una prospettiva satirica della società si rivela il valore aggiunto di un’opera che meritava un riscontro migliore. L’italiano Bella e perduta di Pietro Marcello proponeva una visione struggente della collettività agricola e aristocratica del Mezzogiorno con la capacità indiscussa di insegnare il garbo del rispetto nel rapporto uomo-animale. Anch’esso non ha avuto il successo che avrebbe meritato. L’americano Entertainment di Rick Alverson è un film di grande spessore che fa della recitazione del protagonista Gregg Turkington una prova di recitazione ad altissimo livello. Snobbato ingiustamente anche lui. L’altro film francese Suite armoricaine di Pascale Breton, pur non mostrando alcuno spunto originale, risulta più affrontabile delle cinque ore e un quarto del giapponese Happy Hour che ha fatto incetta di menzioni e statuette. Per non parlare del grottesco olandese Schneider vs. Bax di Alex van Warmedarm, una presa in giro dei thriller canonici.

get-1.doIn questo panorama di pregio convivono anche l’inconcludente e debole film slavo Brat Dejan di Bakur Bakuradze oltre al singolare svizzero Heimatland, opera collettanea di dieci registi elvetici, che propongono l’inconsueta chiave della fuga dalla Confederazione dei suoi stessi abitanti, minacciati da un cataclisma naturale. Un esodo al contrario in tempi di serrata immigrazione. Ebbene, un piccolo universo composito che comprendeva altre prove cinematografiche, tra le quali si è salvato il solo Tikkun di Avishai Sivan, opera israeliana di alto livello con un bianco e nero eccezionale. Per il resto, i riconoscimenti vanno a un regista redivivo che torna al cinema dopo quindici anni di assenza, Andrzej Zulavski e due film orientali discutibili. Vince Right now, wrong then del coreano Hong Sang-soo  e il giapponese Happy hour di Hamaguchi Ryusuke.

get-2.doQuest’ultimo è una maratona di cinque ore e un quarto che mette a dura prova gli spettatori. Le sale di proiezione non erano gremite. Il film difficilmente approderà nelle sale. E l’esperimento non ha dato buoni frutti. Un anno fa, la spuntava il filippino From what is before di Lav Diaz, identica prova di resistenza umana in una proiezione che sfiorava le sei ore. Logorrea di immagini. Quest’anno il taglio è stato di mezz’ora e tra un lustro, forse, Locarno riuscirà a premiare un film dalla durata standard. From what is before ha fatto fatica a ritagliarsi un’appetibilità specifica perfino nella passerella che Milano assegna a settembre ai film del Festival. Happy hour è orientato a seguirne le orme. Suo malgrado. Ma tant’è. Sconcertanti perfino gli interpreti, gli unici sei nipponici a non parlare una parola di idiomi che non fossero la loro madrelingua. E sorprendente l’atteggiamento del Festival che davanti a un premio multiplo – la recitazione femminile è stata assegnata ex aequo alle quattro protagoniste di Happy hour – ha consegnato loro un solo leopardo.

È comprensibile che l’operato della giuria sia assolutamente indipendente dalla gestione del Festival, ma l’inclinazione a premiare opere che necessitano di proiezione in tre puntate la dice lunga. In mancanza di altri rispettabili film in gara il verdetto sarebbe inoppugnabile, ma vista la presenza di pellicole altrettanto se non addirittura migliori – il riferimento è soprattutto a Tikkun, Entertainment, Bella e perduta e Chant d’hiver – sorge più di una perplessità. Destinata peraltro a restare tale, ma pur sempre da sottolineare.

Ottima infine la scelta delle pellicole proiettate in piazza Grande con l’unica imperfezione di aver relegato l’austriaco Jack di Elisabeth Scharang a partire da mezzanotte inoltrata. Un film per pochi intimi a vantaggio del più commerciale Trainwreck del collaudato Judd Apatow di 40 anni vergine. Una banalizzazione in dono al pubblico e una chicca per pochi. Ma forse il cinema commerciale talvolta andrebbe penalizzato a vantaggio di film assai superiori per spessore socio-culturale.

 

I PREMI

Miglior film: Right now, wrong then di Hong Sang-soo

Miglior regista: Andrzej Zulavski per Cosmos

Miglior attore: Jung-Jae Young per Right now, wrong then

Miglior attrice: Tanaka Sachie, Kikuchi Hazuki, Mihara Maiko e Kawamura Rira per Happy hour

Menzione speciale: Tikkun di Avishai Sivan e Happy hour di Hamaguchi Ryusuke

Premio speciale della giuria: Tikkun di Avishai Sivan

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