UnknownSono sempre stato innocente, ma nessuno lo ha scritto

 

Anche il diavolo ha le sue ragioni. Pur essendo il malvagio per definizione. E “omicida fin da principio”, come lo definì Cristo. Già assassino. Ebbene anche il demonio sa essere innocente. Ma  è impossibile dimostrare l’assenza di colpe se si è considerati – temporibus illis – il ricettacolo e i depositari di ogni male. L’equazione non fa una grinza e il possibile accade. Come il presente più scontato ed esile. Fatto di corna e di forconi. Di male e di sangue. Di vite al capolinea. Il perfido e goffo Asmodeo abita tra noi. Travestito e trasandato. Nella notte buia. Ma spesso, avere addosso abiti di mostri non significa essere tale. Ciò è sufficiente, tuttavia, a consegnare il misero nelle sfere della malvagità diabolica della comunità dei viventi.

images-1In fondo al bosco di Stefano Lodovichi è la storia dell’occultamento di una verità nota a tutti. La colpa. Addossata all’innocente nell’omertà collettiva. Demoniaco capovolgimento. Satana torna a essere un angelo. Gli innocenti diventano invece i perfidi e ambigui tutori della menzogna. La sera del 5 dicembre, nei boschi di Croce di Fassa, è usanza celebrare la festa dei Krampus. Diavoletti di ogni sorta, vestiti di pelli di animali affollano il bosco. Si mangia e si fa baldoria, in realtà. Ma un’antica diceria sostiene che quella notte i bambini cattivi vengano rapiti. E proprio quella sera, il piccolo Tommi, figlio di un figurante, alcolista e sbrigativo, sparisce nel nulla. Vane le ricerche. Ma il padre (Filippo Nigro) ha il profilo perfetto per essere incriminato. E’ un demonio nella finzione e nella vita reale. E non esiste “miglior” assassino. Ma a sorpresa quella perfida carogna si converte. Abbandona l’alcol e scopre che il mondo accanto a sé ha tinte diverse. La gogna mediatica non lo ignora ma la moglie (Camilla Filippi) , pur tradendolo con convinzione per un sentimento da tempo inesistente, rifiuta di addebitargli responsabilità. “Non sei il colpevole” che sventolano senza rispetto giornali e televisioni. E soprattutto, la pubblica opinione. In paese Manuel, un nome da diavolo, finisce nell’occhio del ciclone dei sospetti. E vi resta.

images-2Anche chi ha poca dimestichezza con un giallo intuisce che il personaggio sul quale cadono la maggior parte degli indizi, quasi sempre è innocente. La falsariga non si smentisce. Neppure quando un bambino con lo stesso dna del piccolo Tommi viene trovato a Napoli. Molto lontano da quelle montagne. A distanza di tempo. Per tutti è lui. Il caso è risolto. Ma il paese conosce la verità. Ha un reo predestinato che torna utile a nascondere le colpe di tutti. L’adultero capo della polizia e la madre del bambino con la mai sopita ambizione al suicidio e in perenne depressione. Il nonno infingardo e lo stupido prete. I ragazzi del pub, dallo sguardo torvo pieno di sesso e di orrore. E sarà lo scemo del villaggio a dare la stura alla verità. A instradare la vicenda sul sentiero che porta in fondo al bosco. Dove ogni mistero troverà la soluzione. Dove gli angeli diventeranno vigliacchi. Il diavolo risorgerà. E ammetterà che sì, in fondo avrebbe dovuto ammazzarli tutti, ma non lo ha fatto. Anzi ha perfino salvato una vita. Lui. L'”omicida fin da principio”.

Unknown-1In fondo al bosco sta all’incrocio fra diversi generi. Non è un thriller, ma semmai un giallo. Più che altro è un dramma familiare, visto che le categorie poco dicono e nulla significano. E’ un film che si richiama fortemente a un’attualità, mai completamente lontana dai cuori e dai giorni. Odora del caso di Cogne in tanti particolari che vanno dalla cornice fisica – l’alta montagna alpina, seppur in una regione diversa dalla realtà – alla dinamica di alcuni dettagli. Rispolvera la morte di Tommaso Onofri, guardacaso Tommy, il piccolo di Castelbaroncolo nei pressi di Parma. Non solo nomi, ma anche pozzi. Poco artesiani come quelli di Alfredino Rampi, il bimbo precipitato a Vermicino nel giugno 1981. Passato e presente. Come la tecnica usata dal regista per il racconto, attraverso un montaggio alternato di sequenze appartenenti al passato filmico, intervallato da altre relative al presente. Un modo che ricollega i tempi della narrazione ai riferimenti alla cronaca. Storie diverse che si intersecano e in qualche caso si sovrappongono. Storie che si potrebbero infoltire, considerando che in Europa ogni anno scompaiono 270mila bambini. Cifre inquietanti che fanno impennare a medie sconcertanti i picchi. Nazione per nazione.

Unknown-2Al di là di questi richiami, In fondo al bosco propone vari spunti di riflessione a partire proprio dalla presunzione di innocenza, mai completamente acquisita, che non confina tanto con un problema giuridico o processuale quanto invece con quelle vesti mostruose e demoniache già anticipate, con le quali viene introdotto il tema del doppio. Ogni personaggio ha insomma qualcosa da nascondere. Colpe da celare. Odii mai sopiti. Ira mai accantonata. Ognuno è insomma il mite e il malvagio al tempo stesso. Medaglie opposte di volti all’apparenza unici. Un po’ come i travestimenti di quella festa dei Krampus da cui tutto ha origine. Abiti che vestono i perfidi per quello che in realtà non sono del tutto. Ma pur sempre in accordo con la convinzione popolare. Perché tra tanti diavoli falsi c’è sempre quello vero. Rapisce e non restituisce. Contamina animi e rapporti. Questo risvolto di duplicità, tutt’altro che innovativo nel panorama cinematografico, dimostra il veleno del sospetto. La sua tossicità. L’incapacità, spesso diffusa negli angoli più nascosti di ognuno di noi, a evitare di esserne schiavi. Osservare la realtà, invece delle sue proiezioni virtuali, frutto di quello che individualmente viene costruito come un mondo fatto ad arte. Su misura del falso in buona fede. Qualcosa che tale non è mai, perché costruire scenari irreali e non veri è essa stessa una forma di malafede. E ferisce più del falso assoluto. Quello che spinge a vedere il demonio dietro i capelli lunghi. La barba. Lo sguardo penetrante.

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