imagesSai che cosa detesto delle liti… La gara a dirsi quello che non si pensa.

 

Il gioco delle coppie che scoppiano. Lasciarsi è un dolore lacerante. Ha l’odore dell’abisso. La perdita incolmabile. Uno sguardo indietro per scoprire errori. Un altro avanti verso il futuro. Come ritrovare quel cuore in fuga. La profondità dell’essere in balìa dell’altro. L’ambizione di affermazione. La ribellione alla sudditanza. Giochi sporchi che esplodono e si estinguono. Come spesso le bombe costruite di parole. E tensioni subliminali. Covate e inespresse. La rivolta di chi vive nell’ombra, a torto si ritiene discriminato. E cerca la luce che ha sempre avuto. Ma mai ha riconosciuto.

UnknownDobbiamo parlare di Sergio Rubini è uno scontro a quattro. Due mariti e due mogli. A vario titolo. Una coppia si dilania per faccende di letto. Vere o presunte. Tenute nascoste e scoperte. L’infedeltà di un cardiologo smascherato (Fabrizio Bentivoglio) finisce faccia a faccia con il corrispettivo preciso della sua lei (Maria Pia Calzone) che, pur avendo un amante, ha sempre tenuto il segreto. Fino all’ultimo. L’altra coppia, salda sui sentimenti, va in frantumi sul lato intellettuale. Lo scrittore Vanni (Sergio Rubini) e la sua ghostwriter Linda (Isabella Ragonese) si spaccano sul profilo della donna, ombra di un uomo che sembra non voler ammettere lo status culturale che essa ritiene di meritare. E’ un dramma dell’equivoco. La compagna tradisce. Ma l’altro è la carta di un romanzo in gestazione, tenuto nascosto al compagno. Affitta un pied a terre senza inserirvi un corpo oltre al proprio. Non è una faccenda di sesso, ma di cervello. Una storia che è avventura. Vita simulata. Immaginata. Ma anche svincolata dall'”egemonia” culturale dell’autore affermato che con lei divide i giorni. E resta l’unico uomo al suo fianco. Tranne per quella parentesi fatta di inchiostro.

images-1Le due coppie si confrontano quasi per caso. Un telefonino intercettato. Un legame fisico che viene a galla. E travolge come un’onda la fedifraga occulta, dalla quale partono accuse senza considerare le sue identiche colpe verso il marito. E’ un confronto a vasto raggio. Non risparmia nessuno. Ma i morti risorgono e i vivi muoiono. Dopo una notte serrata di confronti e dichiarazioni sincere e brutali, marito e moglie tornano sotto lo stesso tetto. Ciò che non avviene per i tradimenti “professionali”. Animi condannati al buio di una ribalta mai raggiunta. Linda finge il ricongiungimento. Il chiarimento. E approfitta di una distrazione per fare le valigie. Prendere un taxi. E interrompere una vita. “Me ne vado in cinque minuti. E senza guardarmi indietro, se qualcosa tra noi si romperà” aveva detto nei momenti in cui tutto appariva inossidabile. E mantiene una promessa intrisa di lacrime. Il sapore dell’addio è angoscia evitabile. Animi precipitosi distruggono invece di costruire. Chiarimenti e nuove verità fanno nascere esistenze più pure, se si crede davvero all’amore.

Nel film di Rubini accade ciò che non ti aspetti. Il rumore di una morte inattesa. Ma soprattutto la pericolosità delle parole. Pronunciate e negate nella coppia lacerata dalle infedeltà fisiche. Scritte e occultate in quella dai tradimenti intellettuali. Esiste tuttavia un denominatore comune che unisce queste due tipologie di crisi. Oltre l’amore c’è la preponderanza dell’Io. L’ego che sale sul palcoscenico della vita. In un caso ne viene scalzato dal sentimento. Nell’altro ha la meglio su quest’ultimo. Sono i due sbocchi possibili. Scontati e ovvii, se si vuole. L’ego che uccide il sentimento resta la sagoma inquietante dell’omicida che accoltella il cuore. E si serve delle parole che equivalgono a un amante segreto. Proprio per quella residenza in un appartamento tenuto nell’ombra. Nascosto. Come certe fughe dense solo di corpi avvinghiati. La ribellione alla schiavitù di chi presta parole a chi le firma. Adottandole indiscriminatamente. Vanni resta solo. Senza altro che non sia un cuore distrutto. La donna che ama è fuggita con l’altro. Un libro.

images-2Tutto avviene in una notte. Dobbiamo parlare è costruito sulla falsariga di Carnage di Roman Polanski, pur se i contenuti e le tematiche appaiono completamente differenti. La tecnica di Rubini è quella di valorizzare le prove di recitazione e questo accade dietro le mura dell’attico romano in cui le due coppie si scontrano. Come nella sua precedente opera, La stazione, anch’essa concentrata in una sola stanza. E come del resto accade anche nella pellicola del regista polacco naturalizzato francese, dove emerge però anche un altro motivo – la claustrofobia – a dominare il clima incandescente nella casa di New York in cui è ambientata. E allora verrebbe da chiedersi se parlare fa bene all’amore. E a qualsiasi tipo di sentimento. La difesa dei figli in Carnage o il confronto di coppia di quest’ultima fatica di Rubini. La risposta appare fin troppo semplice, almeno a guardare la filmografia. Non sono le parole – per quanto pericolose – a minare il cuore. Ma l’ego che impone il proprio potere. Perché, in fondo, l’amore si nutre di altruismo e comprensione. Materia difficile, forse. E non per tutti. Ma ripaga con grandi soddisfazioni se si è capace di raggiungerla ridimensionando lo spessore di un egocentrismo sempre distruttivo.

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