reve1Finché hai un attimo di vita continua a combattere

 

Un’odissea moderna. Un Ulisse che ha il volto di Hugh Glass, cacciatore assalito da un orso e ridotto in fin di vita, che – per la sua volontà d’acciaio e la sua tempra indomabile – riesce a non soccombere, nelle condizioni più estreme di alcune delle regioni dal clima più inospitale degli Stati Uniti. A condurlo al traguardo di una sorta di Itaca spersa nel nulla di ghiacci e praterie, è una Penelope con il volto di un’indiana d’America, sposa del protagonista, in viaggio con un Telemaco dalla sorte segnata. Il più perfido dei proci nostrani se ne approfitterà nel momento di maggior debolezza dell’ardito e astuto Ulisse nordamericano, con i lineamenti di Leonardo Di Caprio, in versione capelli lunghi e barba incolta. Praticamente irriconoscibile. Quando Glass viene abbandonato dai compagni di spedizione venatoria, resta affidato alla sorveglianza del figlio, di un coetaneo e del perfido nemico al quale poco interessa Penelope e molto è attratto dai verdoni. La cura di Glass è ricompensata con 300 dollari e tanto basta al cattivo Fitzgerald (Tom Hardy) per sognare una tenuta in Texas. Ma nel momento di maggior prostrazione del ferito, cerca di convincerlo a lasciarsi uccidere e, quando sta per soffocarlo, viene sorpreso dal ragazzino imberbe ma aitante. Non gli resta che ucciderlo e confidare nell’irrecuperabilità di quell’uomo più di là che di qua.

reve3Accade invece che la tempra di questo barbuto Ulisse trimillenario sia tutt’altro che fragile. Come la sua determinazione a non cedere. E quel ritornello che gli risuona nella mente dettatogli dalla donna che ama. “Continua a combattere finché hai un alito di vita”. Glass ce la farà ad arrivare al forte tra mille fatiche e la sua presenza smentisce le certezze del suo ambiguo compagno che lo aveva dato per morto pur di incassare i bigliettoni. Quando la verità viene a galla, inizia la caccia all’uomo in fuga verso il Texas. Ma la vendetta spetta a Dio, non agli uomini e a Ulisse resta un amaro ritorno nella sua Itaca americana che non è terra di ghiacci, ma di nessuno. Senza il suo ingenuo e candido Telemaco, assassinato a coltellate nel bosco. E senza la Penelope che in questa riedizione di un’Odissea artigianale è soltanto una carismatica figura guida per il ritorno dell’eroe. “Ulisse” Glass è un uomo che vince ma finisce sconfitto dalla vita e dalle sue intrepide sfide.

reve4Revenant – Redivivo di Alejandro Gonzalez Iñàrritu è film che mette a dura prova anche la platea, come se tutti gli spettatori fossero tanti piccoli Ulisse, con l’ambizione di arrivare illesi allo scadere delle oltre due ore e mezza di durata complessiva. Sostanzialmente, infatti, la trama è semplice e lineare e la permanenza sulla poltrona è ardita, proporzionalmente alla lentezza e lunghezza di molte sequenze, dilatate talvolta a dismisura. A “ferire” – come l’orso con il cacciatore Di Caprio – ci si mette la durezza di molte riprese con animali che mangiano uomini. Uomini che divorano animali. Animali che sbranano altri animali. Un climax di violenza non certo gratuita né fine a se stessa – Iñàrritu è troppo intelligente per abbandonarsi a questo errore – tuttavia non sempre facile a sopportarsi, se mescolata e adeguatamente amalgamata agli eventi collaterali. L’indiano Arikara in cerca della figlia rapita. La fame di “ricchezze” inseguita dai conquistatori francesi. E, come si diceva, il modesto ma cinico re dei Proci che insegue le forme di una Penelope con il volto di ambiti verdoni.

reve2La prima opera del regista messicano dopo il successo degli Oscar 2015 dove trionfò con Birdman vanta un’eccezionale fotografia, anche in questo caso opera del fedele Emmanuel “Chivo” Lubezki, che ha lavorato con i fratelli Coen per Burn after reading. Con Terence Malick per To the wonder The tree of life. E con Tim Burton per Il mistero di Sleepy Hollow. Solo per citare i più prestigiosi. La storia invece ammicca ai cacciatori di pellicce dei primi decenni dell’Ottocento e mette a confronto due tipi di paure. L’orso che si vede minacciato nella tutela dei suoi piccoli. E l’uomo che si vede in pericolo sotto le grinfie pericolose del Grizzly inferocito. Il tema dell’invasione lacera l’intera narrazione. Glass invade la regione degli orsi come i francesi irrompono in quella degli Arikara, che si ribellano uccidendo. Fitzgerald invade la vita di Glass e ne interrompe quella del figlio dell’eroe. Il rispetto dei confini e l’azzardo di andare oltre frontiera, motivo ricorrente nella storia del Nord America emerge a ogni passo. Tutti i limiti sono travalicati e le irruzioni sono messe direttamente in parallelo con la lotta e la difesa della vita. A tutti i livelli. E’ il pungolo che scatena la reazione dell’orso. E’ l’imperativo che spinge Glass a combattere, pur nell’estrema prostrazione. E’ lo stimolo che porta gli Arikara a cercare la figlia del proprio capo rapita. E’ la tutela del proprio futuro che fa commettere a Fitzgerald ogni delitto. Come e peggio di una bestia. Come e peggio dell’orso che vuol difendere i piccoli dal fucile di Glass.

IL RETROSCENA – La storia di Hugh Glass è datata, ma lascia ampi coni d’ombra. E questo forse è la ragione primaria del suo fascino. Di lui si sa che nacque a Filadelfia nel 1773 e si ignorano le fasi della prima parte della sua vita. A trent’anni si trafserì nel west e si unì alla spedizione di Andrew henry che aveva lo scopo di esplorare il fiume Missouri. Quando il manipolo giunse nel Sputh Dakota, oggi denominato Lemmon, Glass fu aggredito dal grizzly e abbandonato dai compagni che non avevano alcuna fiducia in una sua ripresa. Glass non ha lasciato testimonianze scritte, eccetto una lettera per un amico ucciso dagli indiani Arikara, ma la sua intera storia divenne di pubblico dominio allorché fece inaspettatamente ritorno e i giornalisti dell’epoca ne divulgarono le vicissitudini. Da allora fiorirono romanzi e biografie sul suo conto ma occorse attendere il 2002, anno in cui Michael Punke – agente di commercio, sedotto dalle vite degli uomini e della montagna – scrisse un resoconto estremamente dettagliato della vita di Hugh Glass, frutto di una ricerca meticolosa e attenta. Lo intitolò The revenant: a novel of revenge e ad esso si è ispirato il regista messicano per la sua ultima fatica.

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