tar5La vera giustizia? Uccidere con distacco. Se c’è tensione emotiva non c’è giustizia

 

Ai margini della guerra di secessione. La presidenza Lincoln è una garanzia contro il razzismo, che tante volte confina con la delinquenza. Ma altrettante volte è qualcosa di completamente diverso. Come il leggendario West, non sempre e non solo terra assolata di mandrie di bufali. Il Wyoming è regione inospitale e gelida. Alla stregua di certi cuori battuti e sconvolti da tempeste furiose. Culla di bugie. Giaciglio dell’odio. E la bufera che spazza la regione non è soltanto un agente atmosferico. Il colpo gobbo della meteorologia. E’ il cristallizzarsi insensibile dei sentimenti. L’anelito alla menzogna. Il gioco a scacchi con la fiducia. Storia di una verità alle corde. La cornice di The hateful eight di Quentin Tarantino parla il linguaggio di un odio che non esplode, ma corre sottotraccia. Si nasconde. Si veste da civile convivenza. E gli otto protagonisti della vicenda sono volti consumati dal passato che, al futuro, chiedono solo vendetta e dollari. Come il boia che si procura la carne da macellare sul patibolo. O il cacciatore di taglie che si porta appresso il suo lurido fardello di morti, da consegnare allo sceriffo per riscuotere. O la maledetta fatta preda che diventa al tempo stesso la preferita dell’aguzzino deciso a impiccarla mentre i compagni di scorribande la vogliono invece liberare. In mezzo al guado ci sono i reduci della guerra civile. Un generale in pensione che assiste agli omicidi con il piglio consunto del vecchio a fine corsa. Vive accanto al camino e alla vita non ha più nulla da chiedere. Ma solo cadaveri sparsi sui quali piangere lacrime amarognole.

tar2LA STRUTTURA – The hateful eight è un film doppio. Non soltanto perché ha una versione integrale in pellicola Panavision a 70 mm – in disuso dal 1966 – che l’autore ha voluto. Omaggio ai western di un passato remoto, ai quali è visceralmente attaccato e dei quali è sinceramente appassionato. Accanto ad esso vive una stesura in digitale. La prima è diretta a pochi cinema con quel sistema di lettura, la seconda invece è a disposizione di tutte le sale. Una è più lunga (3 ore e dieci minuti), l’altra subisce alcuni tagli (due ore e tre quarti). La pellicola è uscita in anticipo in tiratura ridotta, il file invece avrà una diffusione più massiccia e ritardata di qualche giorno. Tuttavia, si tratta di un film doppio anche per la sua struttura, almeno nell’originale. E’ ripartito in cinque capitoli, preceduto da un’ouverture e interrotto da un intervallo, tutt’altro che casuale. Benché la coerenza narrativa sia rispettata e la prima parte continui nella successiva, i due tronconi possono essere considerati due film a sé stanti. Dopo l’interruzione Tarantino mostra un dettaglio non apparso nella metà iniziale e su di esso costruisce il seguito fino alla sorprendente conclusione.

tar3I TEMI – Western con evidenti tocchi noir e suspense da thriller, The hateful eight è una perfetta mescolanza di numerosi apporti e significati. Alla maniera spiccia e rude, tipica del regista italo americano che ha uno stile completamente diverso da Spielberg, tanto per azzardare un esempio. Ma il parallelo non è casuale perché Lincoln è materia a metà strada fra i due. E se quest’ultimo riduce il potere in forma di dialogo appunto in Lincoln, l’altro ne prende le distanze risolvendo le trattative diplomatiche con una colt che esplode e chiazze di sangue su muri, pavimenti o poltrone. Questione di western, insomma. Ma anche i due punti di vista opposti di uno stesso quadro storico. La dialettica parlamentare e politica. L’irruenza di Tarantino che strizza un occhio al Griffith di Nascita di una nazione con il quale ritiene di avere un conto da regolare. Non a caso il perfido Samuel Lee Jackson di Django unchained diventa il nero che ha molto da dire – talvolta anche troppo – sulle angherie subite nella guerra tra nordisti e sudisti. Bianchi e neri. E non per nulla ha argomentazioni molto simili a quelle di un altro personaggio dello stesso Tarantino, quel Jack Landa che valse un Oscar a Christoph Waltz in Bastardi senza gloria.

tar4Ma i pensieri non sempre hanno una traiettoria lineare, ci insegna il regista. Ne consegue che i dialoghi di The hateful eight – di rara efficacia – sono sempre il confronto oscillante tra verità presunta e bugia manifesta. Fiducia e sfiducia giocano una partita a scacchi che il film riflette esattamente nelle sequenze dove viene rappresentato uno scontro senza fine. Lo stesso davanti al quale il vecchio generale bianco ma spompato si intrattiene con il rivale senza che nessuno prevalga. Perché, in fondo tra falsità e certezza il confine è spesso più labile di quanto si pensi. E non è quasi mai chiaro dove una cominci e l’altra finisca. Proprio come la sfida a scacchi inquadra di sbieco. Ogni personaggio degli otto maledetti che si confrontano all’interno dell’emporio di Minnie, mentre fuori infuria la tormenta, gioca una sua partita fatta di arrocco. Mosse. Contromosse con il proprio interlocutore, che di volta in volta varia. Tesi e antitesi di se stessa che si oppongono. Si smentiscono. Fanno nascere nuove teorie. Ma alla fine sarà sempre un colpo di rivoltella a risolvere – provvisoriamente – l’eterna battaglia tra bugia e realtà. Menzogna, lealtà e follia.

tar7La faccia ripugnante della falsità e quella, a volte altrettanto sgradevole, di certe verità tessono una tela che non consente di individuare il confine fra amicizia e rivalità. Gli otto “bastardi” – debito all’illustre filmografia – non riescono ad essere amici nemmeno di loro stessi e vivono rapporti contraddittori nei quali è difficile distinguere i contorni di alleanze e similitudini che forse nemmeno ci sono. E’ lo spaccato di una realtà che è specchio di tutte le realtà di ieri e di oggi. I muri psicologici che ognuno innalza a protezione di se stesso, spesso sbagliando. E rendendo obiettivamente complicata anche una limpida chiarezza. E’ la fonte del tradimento che non mostra mai quello che realmente accade. E la goffa punizione inflitta distrattamente al nero dall’imboscato di turno è la conferma visibile di veleni, surrettiziamente mescolati al caffè, che mandano a gambe all’aria le strategie di rivalsa, ordite da uno dei due gruppi di maledetti.

 tar6LE CITAZIONI – Da cinefilo dotto e appassionato, Tarantino attinge volentieri alla storia del cinema. In The hateful eight i richiami più evidenti sono due. Il primo è Ombre rosse, titolo che non rende merito all’originale coniato da John Ford. Ovvero Stagecoach, cioè diligenza. E più che all’assalto degli indiani che flagellava la compagnia di John Wayne nel film del 1939, è proprio al mezzo di trasporto che Tarantino si collega. Ora come allora si tratta di uno spazio piccolo e chiuso, all’interno del quale personaggi diversissimi e incompatibili tra loro si trovano a convivere e condividere i disagi di un periglioso viaggio. Nel caso di Ford, un medico ubriacone, una prostituta, un giocatore d’azzardo, un banchiere disonesto, uno sceriffo, un rappresentante di liquori e la moglie incinta di un ufficiale dell’esercito. Tarantino propone un boia, una fuorilegge, uno sceriffo e un nero, cacciatore di taglie. Giunti all’interruzione dell’itinerario nel punto di ristoro – in Ford era una locanda, in Tarantino l’emporio di Minnie – i quattro di The hateful eight incontrano una comitiva proveniente da un’altra diligenza, già al riparo dalla tempesta, cavalli compresi. Una volta arrivati in questa intermedia destinazione, il resto del film si svolge al chiuso del locale che nasconde un opprimente e pesante segreto. Lo stesso ambiente di un altro film che ha fatto storia, Nodo alla gola (1948) di Alfred Hitchcock. Anche qui, l’incontro tra i vari personaggi si svolge al chiuso – stavolta è un lussuoso appartamento di New York – dove le schermaglie fra i commensali della cena si riferiscono a un segreto nascosto. Un compagno di college assassinato e “sepolto” nella cassapanca sulla quale è imbandita la tavola, dissimulandone il ritardo all’appuntamento per gli invitati. Qualcosa di analogo accade a Minnie, titolare dell’emporio, uccisa e gettata nel pozzo, così come al traditore che si è autosegregato nel sotterraneo attraverso una botola. Particolare che si ricollega a un’altra opera dello stesso Tarantino, Bastardi senza gloria, dove una famiglia ebrea, per nascondersi ai rastrellamenti nazisti, si rintana al di sotto della pavimentazione dell’alloggio dei suoi ospitanti.

THE HATEFUL EIGHTIL RETROSCENA – Un’occhiata al titolo. The hateful eight nasconde due particolarità. L’assonanza della parola “eight” – otto – che nella pronuncia vocale inglese è praticamente quasi identica al lemma “hate”. Voce del verbo odiare, che affianca la stessa radice dell’aggettivo che la precede. C’è insomma un’insistenza spasmodica sull’odio che finisce per emergere anche quando si pronuncia un numero cardinale. Quest’ultimo non è casuale. Otto sono i personaggi di Tarantino, come otto sono i film girati finora dal regista. Non sarebbe un particolare significativo se non fosse lo stesso Tarantino aveva promesso di non voler fare più di otto film e poi ritirarsi a vita privata. Manterrà la promessa… Ai posteri – e a Tarantino – l’ardua sentenza. Di certo questa pellicola si presenta come una summa della sua opera. Gli otto maledetti sono una versione western de Le iene, come ha ammesso il regista alla presentazione. Ma sono molto vicini a Bastardi senza gloria nei vari punti già sottolineati. Ai quali si aggiunge la cornice del vecchio West in comune con Django unchained come il suo protagonista, Samuel Lee Jackson, presente in entrambi. Stessa falsariga per Tim Roth (Bastardi senza gloria), Kurt Russell (Grindhouse – A prova di morte), Bruce Dern (Django unchained), Michael Madsen (Kill Bill) e Walton Goggins da considerarsi il denominatore comune tra Spielberg e Tarantino avendo preso parte a Lincoln e ora a The hateful eight dopo aver recitato anche in Django.  Inutile sottolineare infine i colpi di pistola e le chiazze di sangue sparse in tutta la filmografia del regista.

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