Leg1Londra dei bassifondi e del crimine. La gang dei gemelli Kray, due che per uccidere non si facevano pregare. Ma se uno aveva almeno un codice – di onore se non di stile – l’altro aveva una mente malata. I delitti come un’industria sembra essere il filo portante dell’attività dei due fratelli che ora rivivono in The legend di Brian Helgeland, al suo quinto film dopo essere stato sceneggiatore di capolavori come Debito di sangue e Mystic river, entrambi di Clint Eastwood. Il film descrive l’ascesa e il declino dei due fratelli che – tra locali e gioco d’azzardo, prostitute e alcol – hanno regnato indiscussi la scena dell’illegalità nella swinging London degli anni Sessanta. Mentre Lennon e Mc Cartney conducevano i Beatles a vette immense della musica pop, i fratelli Kray facevano lo stesso su quella della malavita. Carriere opposte, evidentemente, che illustrano tuttavia le facce opposte di quegli anni oltremanica.

leg3Il film che ne esce segue la falsariga di tanti copioni analoghi, ma merita la visione anche se il consiglio è vivo solo per gli interessati del genere. Ci si trova infatti in pieno gangsterismo, quindi l’opera non è classificabile né come thriller, n come giallo. E’ un pronipote di Scarface sia nella versione firmata da Howard Hawks nel ’32 sia in quella scritta da Oliver Stone e diretta da Brian De Palma nell’83. Con la differenza che in questo caso i re del sfruttamento sono due gemelli. Nella coppia si inserisce la classica ragazza di buona famiglia, che si innamora dell’uomo sbagliato. Una costante nell’universo sentimentale del gentil sesso, anche se fortunatamente non è la regola. Attraverso la sua voce fuori campo il regista intesse il racconto della parabola ascendente nel firmamento della malavita da parte di Ronnie e Reggie Kray, interpretati – e questa è forse la novità più appariscente – dallo stesso attore. Nella fattispecie Tom Hardy che si specchia continuamente in se stesso.

leg2Agli appassionati del crimine anche in senso storiografico e non solamente cinematografico non sfuggirà che la vicenda ripercorre quella che fu la realtà. I due Kray non sono figure di invenzione, ma appartengono al lato oscuro di una metropoli precipitata nel vortice delle armi e della violenza. La vita tutti lussi, potere, donne e pailletes finì con la rivoluzione del ’68, non perché questa c’entrasse qualcosa, ma perché i due Kray finirono in manette. E anzitempo i loro giorni. Ronnie venne diagnosticato pazzo. Fu rinchiuso in manicomio, dove morì d’infarto nel 1995. Il fratello Reggie uscì dal carcere nel 2000 per motivi umanitari, ma dopo sei settimane veniva ucciso da un nemico che non apparteneva al mondo del crimine né a quello della legge. Il cancro. Di loro resta il modo di intendere la mala organizzata come un’azienda. Gestirla come un’impresa, traendone gli utili senza risparmiare sui proiettili. Cinematograficamente, poche le pretese e non certo una traccia indelebile nella Settima arte.

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