ave1Se il cinema è popolato di storie,  Ave Cesare! di Joel ed Ethan Coen è uno specchio. In esso si riflettono l’uno e le altre con un gioco a incastro che riesce a capovolgere i misteri dell’eterogeneità, riversandoli in un racconto che si sforza di essere invece omogeneo e compatto. Elementi solo all’apparenza disarticolati trovano un’insospettabile coesione proprio nel desiderio di raccontare che cosa stava dietro le quinte dell’era d’oro di Hollywood. Non c’è alcuna apparenza di autoreferenzialità, però, nei fotogrammi dei due registi. Piuttosto è metacinema, ossia un cinema che parla con ill linguaggio del cinema. Scanzonato come nello stile dei Coen. Mai prolissi. Mai compassati. Mai paludati. In una parola, mai noiosi. Costi quel che costi. Anche la licenza di discostarsi dalla storia vera. Ossia, dalla realtà. Ma il cinema è anche questo, quindi non c’è obbligo di copiare o ricopiare quanto davvero accadde nei fatti a quell’epoca.

ave2Ave Cesare! è un prisma dalle mille facce che tuttavia resta solo un prisma e, su di esso, si proiettano le figure di chi popolò quel mondo, fatto di contrasti e debolezze. Incongruenze. Follie. E aloni di politica. Il protagonista è Eddie Mannix (Josh Brolin), realmente vissuto e figura dalle grandi contraddizioni, che tuttavia ha segnato un’epoca nell’industria delle illusioni. Fu un produttore della Metro Goldwin Meyer e, oltre a progettare nuovi film, gli toccava lavorare sodo come balia delle star. Finì per dover andare a raccogliere un Clark Gable più ubriaco che sobrio fuori dal set e dovette riciclarsi da “padre confessore” di un maturo Spencer Tracy che, a 41 anni, si legò a Katherine Hepburn, pur essendo già sposato. Tracy e la moglie, ferventi cattolici, non divorziarono mai, pur essendo conclamata la relazione dell’attore con l’atea Hepburn. Era il 1941. E Mannix dovette spendersi per tenere in equilibrio il versante psicologico della star, ma il paradosso fu che, di lì a poco, lui stesso si sarebbe trovato nella medesima posizione dell’altro. Egli era infatti sposato con una ballerina delle Ziegfeld Follies, Toni Lanier, a sua volta legata – senza vergogna né ritegno – a George Reeves, celebre Superman dell’epoca. La coppia, profondamente religiosa come lo stesso Reeves, non divorziò mai per motivi di fede, ma la storia – risaputa dentro e fuori l’entourage hollywoodiano – durò otto anni, durante i quali Mannix si concesse un’amante giapponese. In sostanza una situazione riflessa che nel film non trova traccia. Il protagonista dei Coen è un padre di famiglia devastato dall’unico tormento di decidere se accettare un’allettante offerta di lavoro e lasciare la Mecca del cinema. Ciò che invece non avvenne mai. Viene dunque dato rilievo soltanto alla statura morale del personaggio, lasciandone al di fuori le pruderie da cronaca rosa che al tempo furono alquanto violente. Del resto la coppia Mannix-Lanier, dopo i reciproci tradimenti e adulteri, restò unita fino alla morte di lui, avvenuta nel 1963.

Nella realtà, come nella finzione, una delle mansioni di Mannix fu quella di tenere a bada le rampanti e impertinenti professioniste dello scandalo, ovvero le croniste a caccia di un pettegolezzo, sul quale costruire la demolizione di un divo. Thora Tucker (Tilda Swinton) ricorda in alcuni punti i caratteri che furono di Louella Parson più che di Hedda Hopper, entrambe giornaliste avversarie dopo essere state attrici “rivali”, benché di scarsa fortuna. La prima dalle colonne del magnate della stampa William Randolph Hearst, la seconda con la sua pungente rubrica sul Los Angeles Times, sezionarono Hollywood tra le pieghe più recondite senza sottrarsi a qualche figuraccia. Come accade appunto alla frivola ed evanescente Thora, pungente e snob, spesso sbugiardata dall’astuto produttore.

ave5La star da ridurre in briciole è un tema che si presta sotto vari versanti. L’acclamato divo plasmato dai fratelli Coen, Baird Whitlock (George Clooney) è un ubriacone come molti. Da sempre. Hollywood in bottiglia colleziona nomi pesanti. Dal già citato Clark Gable a Frank Sinatra. Richard Burton e Liz Taylor. Da Humphrey Bogart, inseparabile amico della boccia, a Erroll Flynn. Da Mary Pickford, diva delle origini a Rita Hayworth, fantastica Gilda. E l’elenco prosegue oggi con Shia LaBoeuf e la storica notte di follia dell’integerrimo Mel Gibson nel 2006. Le tracce di un Matthew McConaughey immortalato dal web. Philip Seymour Hoffman, morto per un cocktail di stupefacenti e alcol. E l’elenco potrebbe agilmente proseguire. Baird è un antico romano che partecipa alla produzione “Ave Cesare!”, il peplum che si sta girando nello studio Capitol diretto dal Mannix coeniano. Film nel film. A scatola cinese. Il gomito si alza troppo spesso e un beverone fedifrago gli viene offerto a tradimento. Il divo, ubriaco e drogato, è rapito dai comunisti.

ave6S’innesca qui un nuovo filone perché Baird, vittima di allucinazioni alcoliche, viene irretito da una setta filo marxista. Naturalmente siamo nel campo delle invenzioni, ma i riferimenti non mancano. E sono duplici. Da un lato le difficoltà dell’industria negli anni della Guerra fredda sia da un versante ideologico, sia puramente distributivo. Dall’altro, l’eco di un maccartismo, tutt’altro che dimenticato e colpevole – ad esempio – di aver esercitato un censura tanto violenta da aver costretto molti sceneggiatori e registi degli anni Cinquanta a lavorare sotto falso nome. O non lavorare affatto. Il caso più clamoroso fu quello di Dalton Trumbo, condannato a 11 mesi di prigione, inserito nella lista nera, emigrato e costretto a scrivere sotto lo pseudonimo di Robert Cole o Jack Davis. A questa storia – cui è dedicato L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo di Jay Roach – non c’è un esplicito rimando da parte dei fratelli Coen, tuttavia si percepisce la citazione di un capitolo politico tutt’altro che chiuso, nonostante sia svoltata un’epoca. Un secolo. E perfino un millennio. L’accenno alla fuga del capo dei sequestratori rossi nel sottomarino è una metafora del fallimento che quell’esperienza fu. Il farneticante ideologo scompare inabissandosi mentre la debole barca dei seguaci finisce alla deriva e il denaro del capitalismo sottratto all’establishment industriale sotto forma del riscatto chiesto in cambio della liberazione del divo, si perde nel fondo del mare. Fine dell’utopia.

ave7L’acqua dei Coen diventa elemento di congiunzione anche con gli altri film della Capitol production, corrispettivo fittizio della Mgm. Perché dalle piscine emerge una bizzosa DeeAnna Moran (Scarlett Johansson) che recita nei panni di una capricciosa sirenetta, alle prese con gravidanze più o meno desiderate. Mariti in dissolvenza. Amanti occasionali. Nozze a tavolino. E unioni in frantumi. Un po’ come è sempre stata la Hollywood rosa dove i matrimoni sono un territorio dai confini sfumati tanto da fondersi e confondersi. Ma l’acqua è anche quella evocata dai marinai che s’inventano una danza in stile musical, con passi di tip tap dalle suggestioni lontane. Il collegamento va al ballo di Fred Astaire in Cappello a cilindro di Mark Sandrich. In buona sostanza, Ave Cesare! la si potrebbe definire un’opera ponte non solo all’interno della filmografia dei due fratelli, che si avvalgono in questa pellicola di attori già presenti in altri loro capolavori come George Clooney (Fratello dove sei?) Francis McDormand (Fargo, Burn after reading e molti ancora, essendo la moglie di Joel Coen), Josh Brolin (Non è un paese per vecchi). Ave Cesare!  è opera ponte anche per gli stessi attori, chiamati a cimentarsi con l’Hollywood di ieri e l’altroieri. E perfino ai western dell’epoca d’oro evocata da un aitante cowboy, così a suo agio tra cavalli e pistole del vecchio West, quanto impacciato in film leggermente più impegnati e impegnativi. Un nuovo omaggio a tutti quelli che non ce l’hanno fatta a trovare il riscatto da un’etichetta.

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