le5Scoprirò il colpevole tra voi…

 

Potrà sembrare un paradosso o forse una provocazione. E, in parte, probabilmente lo è. Invece si tratta della realtà. O, se si preferisce, la verità. Cruda e amara come tante. The lesson di Kristina Grozeva e Petar Valchanov è la storia di una vita nella sua doppia sfaccettatura, professionale e umana. L’insegnante in cattedra  e la donna immersa nella sua quotidianità. Lezioni di inglese e di vita agli alunni finché non è la vita a dare lezioni. I piccoli furti scolastici dei ragazzi non lasciano indifferente quella professoressa che ha un’etica e vuol far valere i suoi saldi principi. Inflessibile come il braccio della legge. Tuttavia la società in cui si trova la mette a confronto e a contatto con la tracotanza e l’ingiustizia e sarà lei stessa a trasformarsi in ladra. Anzi peggio, in rapinatrice. Quel tessuto corrotto e umiliante che fabbricava ladruncoli, nascosti dietro i banchi e l’omertà di classe, finisce per travolgere la madre di famiglia, risucchiata nel vortice di tragedie familiari ed economiche. In questo frangente, disastrato e immodificabile con mezzi onesti, si compie la metamorfosi di una persona leale con la sua trasformazione in una criminale.

le1Gli ingredienti sono quelli di una famiglia modesta con il minimo per sopravvivere. L’insegnante ha un marito, debole e sfiancato dalla propria disoccupazione, che – dopo un passato da alcolista – spende i soldi del mutuo per riparare il camper, nella speranza di riuscire a venderlo e incassarne i soldi. Senza acquirenti e con l’ufficiale giudiziario che requisisce la povera casa dopo le molte rate inevase, l’uomo è alle corde. La moglie è l’ultima a conoscere la verità, ma non riesce a entrare in possesso di un vecchio credito per un lavoro che non le è stato mai saldato. Chiede vanamente aiuto al padre, prima di finire nelle mani di uno strozzino, deciso a farle rifondere il prestito, inducendola alla prostituzione per tenerla sotto scacco personale. La donna rifiuta di scendere a patti e compromessi e decide di rapinare una banca per mettere a tacere l’usuraio. L’onesta insegnante diventa così una rapinatrice senza scrupoli, a sua volta nascosta dietro una veste e un’apparenza al di sopra di ogni sospetto.

le3Il film è tutt’altro che una banale storiella di comuni miserie e la lezione del titolo, sintetico quanto chiaro, non è soltanto quella che la prof impartisce ai propri allievi, ma quella che lei stessa riceve dal destino e da un contesto sociale e umano ridotto ai minimi termini. Un dramma comune che è spia non solo di valori deteriorati ma rappresenta la resa davanti all’impossibilità di vivere in un regime di leale correttezza. La svolta che trasforma una donna corretta in una fuorilegge avviene quando la crudeltà del mondo circostante invade la stessa fisicità di una persona, sull’orlo dello sfruttamento sessuale. L’elementare ma giusta lezione a proposito del rispetto dei beni altrui nei quali non vanno affondate le mani si capovolge in un’altra lezione che vede stavolta l’insegnante come allieva di una maestra di nome vita. E’ lei stessa ad apprendere l’esistenza di un confine. Un’estremità. Al di là della quale abita solo lo sfruttamento umano e la cancellazione della sua dignità. Non a caso il ladro della scuola resta nell’anonimato così come – agli occhi della società rappresentata – resta senza nome l’assaltatrice dell’istituto di credito. E’ il mistero dell’impunità del crimine. E alla stessa stregua rimane senza nome lo strozzino che vuol approfittarsene della vittima. Perfino il tentativo di denuncia abortisce, davanti a un ispettore amico dell’usuraio. Constatazione di una società malata e avvelenata nel profondo. In crisi di coscienza e in debito di ossigeno.

le2Non sembra esserci un riscatto onesto per il misero, insomma. E la chiave di lettura riporta a un capolavoro pasoliniano, Accattone, che il film ignora completamente. Tra i due personaggi – il mendico perdigiorno neorealista e l’insegnante di una piccola città bulgara – intercorre l’unica differenza che separa il pessimismo apocalittico dell’autore italiano dal pessimismo arrendevole dei due registi slavi. Una sfumatura. Ma Accattone muore, mentre la prof riprende il ritmo consueto delle sue mattinate scolastiche, soddisfatta di aver offeso la società e aver salvaguardato se stessa. Ma angosciata per non essere più il pulpito dal quale si predica il rispetto delle regole. Un’equazione trasferibile su un piano più generale che porta a riflettere su quanto accade a ciascuno, al momento di farsi giudici o sostenitori di una causa corretta, quando poi vicende impreviste modificano l’essere umano. E lo portano a diventare il contrario del modello sempre preso ad esempio. Volto di una sconfitta bruciante. Poco importa se del singolo o della società.

IL RETROSCENA – The lesson è un ottimo film che ha il solo difetto di giustificare, seppur indirettamente, le ragioni di chi sceglie la via del furto. E, per ciò stesso, del crimine. Benché non sia l’obiettivo centrale, esso appare marginalmente come una possibile prospettiva di lettura. Sembra insomma perdonare, o quanto meno derubricare, la gravità di qualcosa inizialmente condannato. Tuttavia il soggetto prende spunto da un caso realmente accaduto qualche tempo fa in Bulgaria, quando il telegiornale diede la notizia di una stimata e apprezzata insegnante con una doppia laurea che aveva rapinato una banca. La domanda su che cosa potesse aver spinto la professionista a un gesto tanto lontano dalla sua fisionomia morale ha portato i due registi a realizzare quest’opera. Il retroscena del retroscena si nasconde nei fondi che hanno permesso di girare le riprese. The lesson è prodotto in autofinanziamento, perché in Bulgaria lo Stato non ha dobloni da spendere per il cinema e i due registi ci hanno messo del loro come i produttori e gli attori, molti dei quali non sono neppure professionisti. Un’altra lezione. A tutto quel cinema – indipendentemente dal passaporto – che è convinto di poter confezionare film di pregio solo con assegni milionari.

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