eta3Chi rifiuta la sua infanzia non può ricordare

 

Il sapore della conoscenza. Il suo contrasto. Ignorare la natura di quella madre che ha sempre visto, ma mai ne ha compreso indole e passioni. Apparenze e retroscena di una quotidianità vissuta e mai del tutto compresa, anzi cancellata con il vigore di chi vuol rimuovere ogni traccia del passato. Sid è un uomo senza ricordi perché è un uomo senza infanzia. Dei suoi primi anni ha capito poco nulla. Niente ha compreso di sé, ancor meno di chi gli stava intorno. E il rifiuto della propria storia diventa lo spontaneo allontanarsi perfino dalla propria memoria. L’età d’oro di Emanuela Piovano è un film cupo di grande scavo introspettivo, tratto dal romanzo L’età d’oro – Il caso Veronique di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri. Il titolo ricalca un’opera surrealista, L’àge d’or (1930) di Luis Buñuel, ed è spia di un carattere emblematico. L’autoreferenzialità. Un cinema che parla di cinema attraverso l’equazione più semplice, già peraltro frequentata ampiamente almeno nel repertorio italiano che vanta in Splendor di Ettore Scola e Nuovo cinema paradiso di Giuseppe Tornatore due precedenti illustrissimi. L’età d’oro è lontanissimo dalla qualità dei suoi modelli tuttavia, a suo modo, occhieggia a questi capolavori senza peraltro avvicinarli. Nondimeno, anche al centro dell’opera della Piovano sta una sala di paese che la protagonista Arabella (Laura Morante) ha riattato e recuperato strappandola al degrado.

eta2La visita improvvisa del figlio Sid consente a quest’ultimo di entrare nel mondo di quella madre che mai ha conosciuto e valutato nella sua esatta portata. Il giovane entra in punta di piedi in una realtà sconosciuta. In quell’arena si trova a contatto con quella parte di cinema da lui ignorato che ha costituito il bagaglio e la ricchezza intellettuale della madre. Arabella vi lascia proiettare i film che ha sempre amato. La alleva come se fosse una sua creatura. E in buona parte lo è. Si lascia aiutare da personaggi  decisamente naïf, ma allegri ed efficaci. Lontani anni luce dal cittadino Sid che non condivide i gusti di Arabella in fatto di film. E nemmeno le amicizie. L’uomo è quindi un intruso all’interno di un mondo a lui totalmente estraneo, ma è proprio questa avanscoperta di un mondo sconosciuto che avrebbe dovuto essergli familiare a dare corpo al suo percorso. La visita ad Arabella in quella Puglia così lontana dalla Torino dove egli vive rappresenta un viaggio all’interno di un universo ignoto. Gli è ignoto il mondo della Settima arte come, in definitiva, gli è sconosciuta la madre.

eta1Approssimarsi a lei finisce con l’aumentare il bagaglio delle sue conoscenze da un duplice versante. Culturale, da un lato e affettivo dall’altro. Ma se da un punto di vista cinematografico l’esperienza di contatto con quella sala di paese non gli dà accesso a un mondo che sostanzialmente ignora e non gli appartiene, la prospettiva umana gli consegna una scoperta diversa. Sid si accorge che sua madre ha infinite declinazioni ed è stata tante donne diverse riassunte in un’unica persona. La regista. La femme fatale. L’amica. La fondatrice di un cinema locale e delle sue rassegne. L’anima corsara del piccolo borgo nel quale ha deciso di ritirarsi. Sarà questa consapevolezza, tardivamente raggiunta, a fargli capire lo spessore di una madre – sua madre – piccolo ma non insignificante paradigma di tutte le madri. E sarà proprio la sua piccante e continua provocazione a far scoprire al figlio la propria figura poliedrica e versatile. L’età d’oro è film ambizioso che non riesce nell’intento di rivelarsi coinvolgente. Resta sempre un passo indietro alla conquista dello spettatore e mostra un piglio sempre troppo aggressivo per esercitare una forza di seduzione in grazia della poesia. Non c’è lirismo, insomma, anche se mai si desiste dal tentativo di raggiungere la poeticità dell’opera di Tornatore e Scola.

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