fr1La Germania che ha glissato per anni sui propri trascorsi nazionalsocialisti si scopre particolarmente incline a fare luce su un capitolo storico che ha sempre voluto allontanare dalla memoria. Nella fattispecie le dinamiche di riposizionamento che hanno portato moltissimi ex aderenti al partito di Hitler a svolgere nuove mansioni in ambito statale dopo l’avvento di Adenauer al cancellierato post bellico della repubblica federale tedesca costituiscono il tema di due film, di fatto identici, usciti a brevissima distanza di tempo. Una sorta di incomprensibile concomitanza che lascia aperti parecchi dubbi, destinati a non essere mai chiariti. Lo Stato contro Fritz Bauer di Lars Kraume si specchia senza sbavature nel suo omologo Il labirinto del silenzio dell’italo-tedesco Giulio Ricciarelli che ha perfino sfiorato l’Oscar come miglior film straniero, venendo escluso dalla cinquina finale delle candidature solo nell’ultima sessione, a ridosso della premiazione di Los Angeles. Per gli appassionati di curiosità, è sorprendente notare come poi la statuetta sia poi finita a Il figlio di Saul dell’ungherese Làzlò Nemes, anch’esso di argomento bellico e, nello specifico, delle Sonderkommando, le squadre ebree in azione nei campi di concentramento nazisti. A dimostrazione che le riflessioni sulla dittatura e, in particolare, nel periodo più buio del Novecento sono ancora materia di attualità storico-cinematografica, ben lontani dalla diffusa opinione comune che si tratti di una stagione da buttare alle spalle e dimenticare in virtù del passo avanti fatto negli ultimi settant’anni.

fr2In entrambi i film – Lo Stato contro Fritz Bauer Il labirinto del silenzio – al centro delle vicende c’era la figura del procuratore generale che, al termine del conflitto, ha speso la sua attività professionale nel dare la caccia ai reduci nazisti riciclatisi nel tessuto sociopolitico della nuova Germania. In particolare ad Adolf Eichmann, il tenente colonnello delle SS, responsabile della deportazione di massa di milioni di ebrei per la cosiddetta “Soluzione finale”. L’opera di Kraume, presentata all’ultimo festival di Locarno e sfilata senza eccessive reazioni, segue il titolo di Ricciarelli che ha invece destato stupore in Germania per l’attenzione dovuta a questo argomento prettamente tedesco da parte di un regista italiano, benché residente a Monaco fin da piccolo. In realtà si potrebbe quasi dire che da una fusione di questi due testi cinematografici si potrebbe ricavare un’unica pellicola in grado di far luce esaustivamente sulla vita di Fritz Bauer, almeno nel suo ultimo scorcio dopo la conclusione della guerra. Inevitabilmente, purtroppo, i film di Krause e Ricciarelli finiscono per sovrapporsi in larghi tratti rendendo poco invitante per il pubblico l’approccio a una delle due opere per chi ha già visto l’altra. L’unico aspetto presente ne Lo Stato contro Fritz Bauer e assente invece ne Il labirinto del silenzio è quello dell’omosessualità – latente o patente – attribuita allo stesso Bauer. A suo carico ci sarebbe infatti un plico in Danimarca dove il procuratore riparò negli anni della dittatura di Hitler.

fr3Il lato non deve apparire casuale, puramente frutto di un pruriginoso spirito di provocazione o desiderio di inserire tale risvolto dove non c’entra. Occorre notare che in Germania le “pratiche lascive” tra uomini punibili per legge in quanto responsabili di reato per questa scelta sono regolate dal Paragrafo 175 del codice civile che il governo nazionalsocialista ha inasprito. Successivamente l’avvento di Adenauer non ha cambiato l’assetto perché questo articolo è stato abolito soltanto nel 1994. Fino ad allora la relazione tra persone dello stesso sesso era punibile per legge e, in base a questo, molti furono coloro che vennero “incastrati” e ricattati perché un magistrato sorpreso in atteggiamenti ambigui di questo tenore veniva immediatamente escluso dalle sue competenze e funzioni. Se ne deduce che l’attenzione data da Kraume a questa piega del personaggio è tutt’altro che frutto di speculazione compiacente nel tentativo di mettere un pizzico di pepe su un argomento altrimenti troppo appesantito. Anche se a Bauer non possono essere attribuite debolezze negli anni del suo ritorno in patria e quindi sono possibili solo congetture, esistono invece fatti giuridicamente dimostrati sulle sue dubbie frequentazioni negli ambienti della prostituzione maschile in Danimarca. L’ombra di questo passato ha intorbidato le acque di una figura che, tutt’oggi, continua a rivestire per i tedeschi uno spessore raramente eguagliabile. Bauer ha infatti provato a sciacquare le contaminazioni di una società postbellica dalle sue scorie precedenti legate a una dittatura che non significava soltanto prevaricazione dell’individuo ma era colpevole della morte di milioni di persone. Resta comunque come denominatore comune di entrambi i film la ricerca storico scientifica, alla base della scrittura del film. Un lavoro da ricercatore, prima ancora che da regista e una documentazione precisa su una pagina recente tuttavia destinata ad emergere in due opere sovrapponibili tra loro a distanza di cinquant’anni dall’epoca dei fatti.

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