TO1Un diario. Una corsa a perdifiato nella memoria, con i polmoni in gola e gli occhi rivolti indietro. Ai mitici anni Sessanta, intrisi di droga, sesso e rock ‘n roll. Anche nella foresta amazzonica. In una giungla fatta di trasgressioni. Morte apparente e morte reale. Il capolinea di un mondo visto con le pupille lucide. Tristezza. Rimpianto. Angoscia. Diamond non ha più nulla che luccica. Solo un barlume di fama, che il tempo non ha ossidato. Il ricordo di un fratello perduto nel nulla. Alla ricerca dell’Ayahuasca, che non è una droga, ma la medicina dei santoni. Quella che libera l’anima. E lascia esplodere quello che la sofferenza soffoca. Aumentando l’intensità del lamento e del dolore. Unica melodia conosciuta.

Toxic jungle di Gianfranco Quattrini è un road movie sulle strade della memoria. L’onda fragile di ciò che fu. È la storia di una ricerca. Ieri fatto incubo. A Diamond – cantante rock e idolo delle folle sudamericane, uno dei leggendari Santoro, “Doors” in miniatura, scivolosi per l’alcol selvaggio – a Diamond, dicevamo, era rimasto un quaderno. Glielo aveva inviato l’ex fidanzata di Nicky, l’altro Santoro, quello che si era perso inseguendo l’Ayahuasca, alla quale non arrivò mai. E non arrivò neppure l’atteso secondo disco della celebre coppia. Quando Nicky morì, in un certo senso, morì anche Diamond. La pozione magica equivale alla liberazione degli spiriti. All’uccisione dei fantasmi. Ombre cupe dell’incubo. Quella morte inattesa, in piscina, dopo l’ennesima sbornia non era stata metabolizzata nemmeno da se stessa. Il segno di tempi mutati non era solo il percorso di quello ieri controverso. Nostalgico e psichedelico. È una storia di santoni che diventano pescivendoli per non mischiarsi al cartello dei narcotrafficanti. Droga e medicina sono sostanze. Eppur totalmente differenti.

TO2Il film gioca su questo confine tra realtà e apparenza, vista attraverso il vetro opaco che filtra la luce fioca di una rincorsa. Un progetto rimasto incompiuto con il secondo disco mai nato per colpa di una morte. Una fine. Cessazione di respiro perfino per chi continua a vivere. Almeno in teoria. Gli stupefacenti non aumentano l’onda travolgente del fantastico, ma trascinano nel vortice anche chi non soccombe ad essi. E respira di un fiato a lungo rimasto strozzato. In fin dei conti, si trova a morire anche lui. Un po’ ogni giorno. A voler inseguire l’Ayahuasca. La liberazione di tutto. Toxic jungle è il racconto di una fuga. Moltiplicata. Dalla vita composta dei ragazzini educati e con i pantaloncini corti. I bambini perfetti. La fuga dal convenzionale. Ma anche dal mondo distruttivo fatto di illusioni psichedeliche e allucinazioni. Strada verso la propria perdizione che sfocia nella morte reale di Nicky, generatrice di un’altra morte, metafora di se stessa. Quella di Diamond. Poi tocca alla fuga dal ricordo che opprime e uccide. Come una droga. Un quaderno che diventa il filo di Arianna verso il ritorno a una vita più genuina. La bussola verso l’Ayahuaca. Una strada disseminata di incidenti e scazzottate. Pianti e coltelli. Un po’ come la vita, nata sui bagliori fatui della psichedelia. Illusioni ottiche e reali. Eppur permanenti nel cuore e nei ricordi. Road movie geografico, ma anche – e forse soprattutto – road movie psicologico. Affettivo. per chi è ancora schiavo delle rivoluzioni abortite di un Sessantotto lontano.

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