t4Amore e assenza. Vedovanza omosessuale. Segreti nutriti dietro un paravento. Tela di parole e suggestioni che nascondono la natura spesso ingombrante dei legami. Il nuovo confine dell’omosessualità alla quale poco interessano le regole dell’attrazione e molto invece ciò che va oltre il cuore. Il teorema di Xavier Dolan, regista canadese nato nel 1989, è la soglia scrutabile della diversità, quel limen al di là del quale appare poco opportuno andare. Tuttavia, al di qua di esso nasce il dolore di chi ama, oscurato da quel diaframma visibile a pochi, ottenebrato ai più. In nome delle convenzioni.

t2Tom à la ferme è il quarto film di Dolan e chiude – almeno idealmente – il periodo dell’omosessualità nel senso che la prima parte dell’opera di questo talento della regia è interamente dedicato a questo tema che tocca J’ai tué ma mère, Les amours imaginaires e Laurence anyways. Una prima sterzata avviene con Mommy seguito dall’atteso Juste la fin du mond dove i problemi del mondo gay restano esclusi.  Quello di Tom, interpretato dallo stesso Dolan, è un dramma dell’assenza. Una morte improvvisa gli strappa l’anima gemella – ovviamente un uomo – e la prima scena è una dichiarazione d’amore postuma che assomiglia terribilmente alle parole da dedicare all’altra persona in prossimità di una separazione. Perché in fondo poco importa se la vita prosegua, dal momento che per uno dei due, se non per entrambi, prosegue sempre. Solo inoltrandosi nei fotogrammi si comprenderà che non c’è una rottura ma un addio. È la fine sentenziata dalla natura, non dagli uomini. Intesi come esseri umani e viventi. Tom si rivolge all’anima perduta e gli annuncia che l’unico rimedio per superare l’assenza è sostituirlo. È una nuova premessa di ipotetico equivoco perché sarebbe sbagliato credere che al suo posto compaia qualcun altro. Tom pensa di raggiungere la famiglia di Guillaume, l’amico morto, e rimanervi in sua vece. Vi troverà un ambiente cristallizzato dove la morte è direttamente percepibile nei rapporti segmentati e sofferti tra la madre e il fratello di Guy. Nome non certo scelto a caso, date le assonanze con la parola gay che indica il reale rapporto fra lui e Tom.

t3L’anziana donna ignora che il ragazzo scomparso fosse omosessuale e Tom si presta a sostenere la bugia raccontata da Francis, il fratello di Guillaume, per tutelare la normalità, pur tentando di convincerlo che talvolta una scomoda verità rende più giustizia alla vita vera. Il telaio di esistenze controverse che trovano attrito nel funerale, dove si scontrano apparenze poco apparenti, finiscono per mettere a nudo le aspirazioni. Francis vuol trovare il modo di parcheggiare la madre in un ospizio e vendere la fattoria per riscattare la propria quotidianità con una vita più gratificante delle mansioni contadine, a malavoglia sopportate. Solo a quel punto Tom si renderà conto che la sostituzione vagheggiata è impossibile quanto la messinscena architettata da Francis per rendere onore e omaggio alla memoria del fratello, invitando una ragazza con il compito di fingere di essere stata l’ultima fidanzata di Guillaume.

TOM AT THE FARM, (aka TOM A LA FERME), from left: Xavier Dolan, Pierre-Yves Cardinal, 2013.Tom à la ferme è un film di figura, se è possibile utilizzare questa definizione, solitamente avvicinata al teatro. Non esiste una trama d’azione se non nei propositi dei personaggi e sono gli animi, i cuori, le sensazioni e il dolore – morale e fisico, attraverso la metaforica morte di una mucca e del vitello – a diventare i protagonisti di un dramma che si risolve con la presa d’atto che la simulazione non è un rimedio. L’insofferenza e l’egoismo non pagano un pranzo. E il sentimento non ha per tutti lo stesso colore. Constatazioni elementari, forse. Almeno per qualcuno. Non per Dolan e per chi decide di guardare questo film con la predisposizione allo studio, piuttosto che con la fame dell’azione. In questo senso può essere centrata la definizione di film di figura. Contano le espressioni e le tensioni. A dispetto delle frasi a effetto che mancano totalmente, perché non sono giustificate da un intreccio di motivi, totalmente diversi. E non deve stupire che qui l’omosessualità si riveli un pretesto per sottolineare il ruolo della benefica menzogna. Quella bugia che non vuole imbrogliare, ma vuole nascondere a fin di bene. L’ombra ritenuta imbarazzante. Vergognosa. L’atomo impazzito. Eppur vita. Quella che sostiene la teoria di un sentimento d’amore destinato a restare tale, qualunque sia il genere al quale è rivolto. Ma opinabile. Quanti altri mai.

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