imagesLa vita è un intervallo tra il non esserci ancora e il non esserci più.

 

Era lo “svedese” e tutto frullava nell’unico verso in cui cammina un vincente. Quello giusto. Finché la politica, lontana e odiosa come il volto dei potenti riflesso sul piccolo schermo, e le voci di strada non finirono per entrare in casa sua. Era il vento del Vietnam e soffiava su giovani e meno giovani. Quelli che condannavano la guerra pur essendo troppo piccoli per parteciparvi, ma non così piccoli da non capire. E quelli che partivano perché erano nati negli anni sbagliati, o meglio, in quelli giusti per combattere. Così lo “svedese” che aveva una moglie bella, una figlia dolce, un ottimo lavoro, una bella casa e un mite branco di mucche perse tutto. L’adolescente Merry prese la strada sbagliata e la famiglia si sfasciò. Frantumi di distruzione. Perché la famiglia è questo. Un meraviglioso ideale solido che basta pochissimo a mettere in pericolo.

images-1Quella di American pastoral di Ewan Mc Gregor, nei panni anche dello “svedese” Seymour Levov, è una sintesi che viene da lontano. In particolare dal romanzo che porta il medesimo titolo, opera di Philp Roth, forse il maggior scrittore americano vivente, troppo facilmente e disinvoltamente snobbato dagli accademici di Svezia – a proposito – nella rincorsa al Nobel. Pastorale americana è il libro che ha fatto vincere al suo autore il premio Pulitzer ed è uno dei titoli della trilogia di Nathan Zuckerman insieme a Ho sposato un comunistaLa macchia umana. Ambientato nella cerchia ebrea di Newark, da dove lo scrittore proviene, il film depaupera la figura di Zuckerman – in realtà l’alter ego di Roth – in un narratore presente nella trama, ma completamente avulso da essa. Ne risulta quindi un corpo estraneo, del quale non si comprende la funzione. Cinema e letteratura hanno linguaggi diversi e talvolta la “copiatura” pedissequa l’uno dell’altra provoca crepe e guai. Nathan Zuckermann cinematografico, finisce insomma per essere una nobile citazione e un’onesta attribuzione di paternità da parte del regista che non fa mistero dell’ispirazione letteraria.

images-3A parte lo sterile e inutile inserimento del personaggio di Roth in una trama che viveva e splendeva di luce autonoma anche senza di esso, il film inquadra in primo piano le sventure familiari indotte dalla frequentazione di cattive o discutibili compagnie. Lo strapotere devastante delle etichette e la cattiva fama diffusa dall’opinione pubblica su conto terzi. Ordinaria amministrazione che diventa straordinaria devastazione in conseguenza di qualcosa che a tutti appare lezioso e poco dannoso. Lo sfaldamento dei Levov prende origine dalla contestazione giovanile della piccola Merry, (l’ex bambina prodigio Dakota Fanning immortalata da Twilight saga), balbuziente in seguito a un permanente complesso di inferiorità nel rapporto, pur benevolo, con la madre. Inconsapevolmente il suo distacco aumenterà nella fase della crescita fino a distaccarsene completamente. Il pretesto è la guerra in Vietnam e l’attrito con una famiglia benestante, accusata di cecità riguardo ai torti e alle ingiustizie sociali che sfociano negli scontri di piazza fra la polizia e i ghetti neri.

images-4Insomma, l’America della protesta e della tensione. Della rivolta e della repressione. E Merry finisce per veder crescere il proprio disprezzo nei confronti di quella coppia di genitori, ai suoi occhi cinica e distratta quanto appagata dei propri privilegi. Siccome i mali sono sempre bene accompagnati, la volontà di combattere di Merry trova maggior fiato nella propria psicologa che la instrada verso le peggiori compagnie, mettendola in contatto con le organizzazioni terroristiche clandestine. La ragazza si trasforma così in un’attentatrice. “Ho ucciso tre persone” confesserà al padre che, dopo averla cercata a lungo, la ritrova quando ormai ha deposto la speranza. Il dolore di ritrovare una figlia in completa dissoluzione nel corpo e negli ideali, ma guarita completamente dalla balbuzie, ucciderà lo “svedese”, dai successi alla polvere. Un’angoscia familiare accresciuta dall’operazione cui si sottopone la moglie, diventando ciò che l’opinione pubblica l’ha sempre tratteggiata ma non era mai stata. Diventa una donna fatua e frivola in ossequio ai pettegolezzi. Quasi una resa incondizionata all’ipocrisia. Talvolta perfino facile. Le dicerie come minaccia di una famiglia che implode su se stessa, accompagnata da una crisi socio politica diventano il contesto generale in cui perfino professionisti di totale affidabilità rivelano le loro pecche. Ad un esame più profondo si potrebbe concludere che la fragilità del teorema è cosa risaputa. American pastoral autorizza la speranza. Sulla tomba dello “svedese” si uniscono amici e parenti. La moglie distratta. Amici di vecchia data tra cui il narratore Zuckerman. E forme di opportunismo in varie declinazioni. Ma quando ormai sembra tutto irrimediabilmente compromesso verso la corruzione, spunta la lacrima di Merry. Averla cercata e trovata. Aver pianto con lei. Averle dimostrato che non si può smettere di rivolere il passato, anche se il presente lo ha accoltellato. Tutto questo non brucia il legame. In fondo, se qualcosa merita la sottolineatura, è proprio questo concetto di non arrendersi. Nei giorni come nei sentimenti.

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