"Knight of Cups"Siamo come le nuvole, che vanno e vengono. “Per sempre” non esiste.

 

Overdose di immagini e parole. Malate. Come gli occhi del protagonista e il cuore di un uomo che non sa più guardare né dentro né fuori da se stesso. Un accavallarsi spontaneo e costruito di sequenze che alternano una presunta aridità naturale al corrispettivo asciutto di un animo umano senza capacità di comunicazione. Eppure l’evocato deserto è fonte di vita e, in fondo, anche l’uomo stesso lo è. Le parti si confondono come se fossero inserite in un frullatore. La memoria della moglie da cui è separato riemerge dal vuoto senso del tutto, rispunta nella deriva degli abbracci occasionali di donne leggere. Knight of cups di Terrence Malik è l’ultimo atto della trilogia iniziata da The tree of life e proseguita con To the wonder, entrambi di gran lunga superiori a quest’ultimo capitolo, pasticciato e inutilmente noioso e pesante.

knight1Rick (Christian Bale) è un autore di commedie ma la morte del fratello grava su di lui come un macigno. Il padre (Brian Dennehy, già visto ne Il ventre dell’architetto di Peter Greenaway) prova sensi di colpa e l’altro figlio, Barry (Wes Bentley, ben noto per American beauty) attraversa un periodo difficile. Così Rick si abbandona a se stesso e alle donne cercando di trovare in esse e nelle loro diversità il bandolo della matassa del proprio io. L’ex consorte (Cate Blanchett), una modella (Freida Pinto), una spogliarellista (teresa palmer) e la giovane Isabel che lo aiuta a guardare avanti. Concepito come una sorta di seduta d’esame dei tarocchi, il film è un’accozzaglia disordinata di frasi a effetto, aforismi da diari di scuola di quindicenni in cerca di identità morale. L’amore, secondo Malik, arriva dunque a un disintegrarsi immotivato e in questo si distacca dalla precisione narrativa e stilistica dei due precedenti capitoli della trilogia. Se il primo atto comprendeva l’educazione di un figlio dilaniato tra la severità paterna e la saggezza materna al punto da maturare un evidente complesso edipico, il secondo concentrava invece l’attenzione sui risvolti di una matrimonio in frantumi. La fuga dell’uomo corrispondeva a una ricerca e a un rifugio nella fede da parte della donna che si imbatte in un religioso, anch’esso in crisi mistica. La dissoluzione finale è invece l’asse centrale di Knight of cups che diventa purtroppo la dissoluzione anche dello spettatore. Terrence Malik riesce sempre a mobilitare attori di primo livello, ma il gioco stavolta non riesce.

knight2Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain furono i protagonisti di The tree of life, mentre Ben Affleck, l’ex Bond girl Olga Kurylenko, Rachel McAdams e Javier Bardem erano al centro di To the wonder. Anche in quest’ultima opera i nomi sono di rilievo. Oltre ai già citati Christian Bale e Cate Blanchett, si aggiungono Natalie Portman, Imogen Poots e Antonio Banderas, a piene mani gettati sul grande schermo con delusione. Lo specchietto è una trappola per gli spettatori che, oltre ai soldi, rischiano di buttare via anche il loro tempo scegliendo questo film. Ai limiti dell’incomprensibilità, in una frammentazione originale di cui però all’idea non corrisponde un altrettanto geniale sviluppo, questa pellicola incontrerà forse il favore della critica snob che ama l’elogio del disordine e della non linearità perché la coerenza logica risulta a volte fin troppo semplicistica. Addirittura scontata. Nell’ultimo lavoro di Malik c’è tutto il contrario. Gli sbadigli si vendono al chilo e gli attori sembrano muti. Le parole e gli aforismi da mercato rionale sono frutto di voci che paiono “applicate” in sovrimpressione a movenze spesso illogiche e sconclusionate. La prossima fatica di questo regista canadese dalle grandi ambizioni, spesso tradite, s’intitola Voyager of time ed è un documentario sulle origini della vita sul pianeta. Intuizione unica. L’auspicio è che si comprenda l’inizio dell’umanità. Altrimenti sarebbe impossibile raccontarne il seguito. Ma si spiegherebbe forse perché Knight of cups piacerà… alla gente che piace.

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