Ray Kroc non è un nome da tango. E nemmeno da frullatori. Puzza di battaglie sotterranee e sorrisi finti. Pugnali sottotraccia che feriscono a tradimento. Il mite ma ambizioso venditore di centrifughe che non faceva affari neppure con se stesso si trasforma in uno squalo dalle fauci spalancate. In attesa che qualcuno vi precipiti. Ignaro della sicura morte che lo attende. Perché Ray Kroc non è un nome da tango, ma da corrida. Dove c’è sempre qualcuno che muore.

Quella di Dick e Mac McDonald è una fine ovattata. Avvolta nel soffice profumo dei dollari. Addolcita dai milioni, ma resa amara dal fiele della sconfitta. Fetori che bruciano una scommessa imprenditoriale, conclusa nel nulla eterno dei perdenti. Divorati dallo squalo insieme agli hamburger che avevano fatto la loro fortuna. The founder di John Lee Hancock è il beffardo titolo che consegna a Ray Kroc la carica di fondatore che non ebbe mai. Fu invece lo squalo che assassinò – imprenditorialmente parlando – l’azienda di ristorazione di spuntini stradali che in mano a Kroc divenne il colosso del fast food di cibo spazzatura. Ma quella dell’alimentazione è un’altra storia e il film di Hancock, già noto per Saving Mr. Banks, racconta un’avventura americana, diventata patrimonio del mondo intero. Nessun ruolo di iniziatore per quel Ray Kroc, interpretato da Michael Keaton (Birdman) ma una squallida arrampicata sociale e industriale di un uomo che usa il franchising per entrare in società con i due fratelli McDonald, salvo poi sottrarre loro, con un trucco sofisticato e cavilli legali, il nome e l’azienda. Naturalmente dopo aver imposto il divorzio alla modesta moglie per unirsi alla più ambiziosa, intraprendente e appariscente Joan (Linda Cardellini), consorte “rubata” a un suo sostenitore.

IMG_0678

La scalata di Ray Kroc è apparentemente casuale. I due McDonald sono clienti della sua ditta di frullatori, ma quando visita il loro ristorante non ha più dubbi. Il futuro e la ricchezza stanno lì, in quei panini e patatine, servite velocemente, in pochi secondi, sul ciglio della strada, a chi non ha tempo per code e attese. S’intrufola nell’impresa e ne propone l’ampliamento su tutto il territorio degli Stati Uniti, ma i due titolari non ne vogliono sapere dei rischi di quell’allargamento a dismisura e tentennano. Non esitano invece le banche ad esigere il controvalore delle ipoteche concesse a Kroc per aprire i nuovi punti vendita che i McDonald rifiutavano di finanziare. A far saltare il banco è un giovane e scaltro avvocato che suggerisce a Kroc il segreto per guadagnare. Acquistare i terreni sui quali poi distribuire hamburger e patatine. È l’inizio di un impero mai tramontato. E lo strangolamento dei due reali fondatori.

Poco interessa, in realtà, a chi vada concesso e riconosciuto questo titolo. In primo piano resta lo spregiudicato che sbrana il modesto. Lo squalo, appunto, che divora in un sol boccone hamburger e due self made brothers, privi della consapevolezza del loro intuito e restii a superare i confini locali della loro pur felice idea. Inconscia della crudeltà della storia narrata, l’America torna a crogiolarsi nelle glorie del “sogno americano” e di quei suoi figli piccoli che diventano all’improvviso icone di un’imprenditoria di successo. Costi quel che costi. Così a un anno esatto dall’uscita italiana di Joy, gli Stati Uniti tornano a diffondere le vicende di chi ce l’ha fatta con la straordinaria analogia di trovare un altro personaggio – il suddetto Ray Kroc – ignoto ai più, ma immagine di una nazione che non perde occasione di affermarsi anche attraverso i suoi volti solo all’apparenza più semplici. Grazie allo scherzo di un destino che ha favorito l’uscita italiana del film in anticipo rispetto agli States. Come Joy Mangano che inventò il Mocio e la sua ricchezza, Kroc ha portato lo stile – discutibile – dello spuntino americano in giro per il mondo. In fondo è consuetudine a stelle e e strisce quella di promuovee se stessa in parallelo all’affermarsi di coloro che sembrano piccoli eroi, ma si rivelano grandi saccheggiatori. Ai nastri di partenza resta l’idea. Esportare fuori dalla California un marchio e un’abitudine alimentare che avrebbero conquistato gli interi Stati Uniti per poi superare tutti gli oceani e conquistare il mondo. Una scaltrezza mista a coraggio. E un furto in grande stile. Chi mai avrebbe potuto pretendere che quell’arcobaleno, oggi noto a qualsiasi latitudine, in ogni angolo di strade, fosse accompagnato a un cognome come Kroc… Chi mai sarebbe entrato a mangiare da Kroc… McDonald sembrava prestarsi decisamente meglio. Ray Kroc non è nome da tango. E nemmeno da hamburger. E lui lo capì con accorta lungimiranza. Forse l’unica vera dote che si è portato nella tomba.

[youtube Baq-RbeVL9c nolink]

Tag: , , ,