j1E l’abito rosa confetto si macchio di sangue. Era il 22 novembre 1963, Dallas. Jfk era in visita di stato e alla moglie, Jacqueline, prima della partenza confidò: “Andiamo nella terra dei pazzi”. Lei non si volle convincere. Riceveva mazzi di fiori gialli. Applausi. Sorrisi. Strette di mano. E complimenti. Non volle rendersene conto finché quei due proiettili maledetti distrussero il cranio del presidente. Il primo attraversandogli il collo, il secondo distruggendogli metà della testa. La dinamica di quel delitto è universalmente nota. Come tutto ciò che ne seguì. Nell’ombra rimase il mistero di come una donna di 34 anni, con due figli e altri due bambini morti prematuramente, abbia affrontato la disgrazia che la sfrattò dalla Casa Bianca e la allontanò dai riflettori. Come si possano rispettare le volontà di un defunto quando è un presidente. E come si possa organizzare un funerale intimo di un marito capo di stato. O come si possano consolare due figli feriti dalla morte violenta del loro padre. E ancora come si finisce improvvisamente lontani dalla ribalta, seppur di riflesso. Questo enigma Jackie se lo è portato con sé anche quando è morta – era il 1994 – a soli 64 anni, a causa di un tumore. Nonostante tutto fu l’ultima di quella schiatta. La precedettero – a parte Jfk – il cognato Robert che lei aiutò nella campagna presidenziale fino alle pallottole che lo uccisero nel ’68. E di cui rimase traccia di una loro chiacchierata simpatia. Lo stesso Onassis che lei sposò nell’ottobre di quell’anno, fuggendo dagli States, convinta che sulla famiglia ci fosse una maledizione. L’armatore greco se ne andò nel ’75 e Jackie ereditò una fortuna e le liti con Christina, figlia del secondo marito, con la quale mai andò d’accordo. Un edema se la portò via nell’88, ma lei Jaqueline Bouvier si chiuse nella sua casa sulla Fifth avenue, dove riteneva di avere la maggior riservatezza. Un buen retiro dove trascorse entrambe le vedovanze.

Jackie di Pablo Larraìn restituisce spessore a una donna, a lungo ammirata da tutto il mondo, che ha visto spezzarsi i propri sogni e si è trovata più volte faccia a faccia con la morte. Lo schema narrativo è semplice e tutt’altro che originalissimo. Il film si apre con un giornalista che visita Jackie (Natalie Portman) nell’intento di farne il ritratto di un ex first lady, ma l’attrito è composto quanto inevitabile. La donna pretende una supervisione, convinta che troppe volte le sono state attribuite frasi  mai pronunciate, con l’effetto di ritrarla come la buffa caricatura di se stessa. Tra i due il confronto è composto e garbato, con un filo d’ironia tra la cortina di fumo delle mille sigarette della vedova. Sono i giorni che seguono l’attentato. Jackie è una moglie ferita, la stessa che si chiuse nel lutto per un anno intero prima di ricomparire in pubblico in occasioni che non fossero la commemorazione del marito o una preghiera sulla sua tomba al cimitero di Arlington che un giorno sarebbe diventata anche la sua ultima dimora. Tra le parole di Jaqueline si aprono parentesi di frammenti sulla ricostruzione dei rapporti con Lyndon Johnson che prese il posto di Jfk e sua moglie. Tra i ricordi di balli e concerti alla Casa Bianca, i rapporti amichevoli con Robert Kennedy al quale in passato il cinema ha dedicato un film, Bobbie di Emilio Estevez. L’addio alla dimora presidenziale. L’angoscia di dover proteggere i figli da quell’evento e dal clamore mediatico. E i funerali di John Fitzgerald. Ma è soprattutto l’angoscia della fede ad occupare la seconda parte di un film che tocca un tasto delicatissimo perché di fatto attraversò tutta l’esistenza di Jackie creandole non pochi problemi e molti attriti.

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A parte i motivi personali che le instillarono dubbi, incertezze e trasalimenti, l’ex primadonna ha avuto un controverso rapporto con la religione. Pur essendo cattolica, abiurò diventando ortodossa per poter sposare Onassis, ma continuò imperterrita a frequentare le funzioni in onore di Jfk prendendo direttamente l’eucaristia. Un atteggiamento che le inimicò entrambe le chiese – quella ortodossa e quella romana – alle quali Jackie guardò con sufficienza, senza quasi lasciarsi toccare dall’ombra delle accuse. Questa situazione, psicologicamente difficile, si risolse con la riconciliazione con il mondo cattolico dopo la scomparsa del secondo marito. Nel film di Larraìn il tasto fideistico viene toccato attraverso il suo colloquio con il sacerdote che avrebbe officiato i funerali del marito, ruolo ricoperto da John Hurt, alla sua ultima apparizione di una lunga e prestigiosa carriera (Elephant man, Harry Potter, Melancholia, V per vendetta, Dead men) prima di morire. Jackie è opera di grande lentezza che si concentra su un numero ridottissimo di giorni successivi all’assassinio di Dallas. Ne è assente tutta la seconda parte della vita di Jaqueline Kennedy Onassis e, sorprendentemente, colpisce che sia stato un regista cileno a girare un film così profondamente americano. Perché, comunque si possa giudicare la statura della first lady, vale quello che scrisse il London Evening standard. “Ha dato agli americani l’unica cosa che non hanno mai avuto, la maestà”.

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