gw3Questa guerra mi ha fatto capire che, in fondo, siamo simili…

Anche i mercenari hanno un cuore. O almeno ce l’ha Garin, un occidentale un po’ sbandato, in compagnia del tutt’altro che fedele Tovar, i quali si ritrovano ai piedi della Grande muraglia, inconsapevoli di ciò che sta per accadere loro. I sentimenti di chi combatte per denaro sotto mille bandiere hanno la stabilità di una piuma in balia del vento, nondimeno Garin sembra una provocazione e in parte, forse, lo è. D’altra parte la vicenda è frutto di fantasia e l’intero racconto è una delle mille leggende sepolte sotto i mattoni degli oltre ottomila chilometri lungo i quali si estende il primo muro della Storia e una delle più ambiziose opere di ingegneria edile dell’antichità. Tutto serve però per celebrare le civiltà e i cinesi dopo essere passati dal comunismo al capitalismo senza spargimenti di sangue e dopo essersi imposti come una delle potenze economiche, ora cercano di accreditarsi anche dal punto di vista storico. The great wall di Zhang Yimou va in questa direzione senza evitare di mandare un messaggio preciso a tutto l’Occidente. Anche per questa ragione il film mostra un apparato e una struttura che per nulla assomigliano alla precedente filmografia di Zhang (Lanterne rosse, Sorgo rosso, Lettere da uno sconosciuto) ma si avvicinano invece ai caratteri dei kolossal hollywoodiani. Non casuale si rivela la scelta di reclutare Matt Damon nei panni di Garin e Willem Dafoe in quelli di Ballard, un altro mercenario che il fato ha spinto ai piedi della muraglia. Quest’ultimo, privo di ogni sensibilità, riporta lo spettatore a quel pizzico di veridicità che dal film è totalmente assente.

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Al di là della barriera sta il cuore pulsante della città dell’Ordine senza nome, una comunità orientale, architettata con una divisione delle mansioni e un’efficacia di operazioni oltre a una totale dedizione alla causa, da far impallidire anche i più agguerriti eserciti dei giorni nostri. E, come oggi, anche quella remota civiltà vanta armi segrete e subliminali, come la polvere nera in grado di aumentare a dismisura il potenziale distruttivo da usarsi in guerra. Si giunge così al secondo punto reale della vicenda, perché questo esplosivo, quasi liofilizzato, venne effettivamente scoperto dai cinesi – ai quali la scienza attribuisce quell’invenzione – nell’XI secolo. Ma un riferimento storico preciso ne accompagna un altro evidentemente falso perché la vicenda raccontata da Zhang Yimou è ambientata nell’XI secolo, ma avanti Cristo. Non ballano pochi minuti dunque, ma ben di più. E si retrocede a un’epoca in cui questo misterioso composto era totalmente ignorato. Se ne ricava – anche da parte di chi non ha ancora visto il film – che la mescolanza tra verità e immaginazione domina tutto l’intreccio. Infatti, il nemico dell’Ordine senza nome non è una popolazione confinante o il regno di un sovrano ambizioso, ma i Tao Tei, malefiche creature mitologiche a metà strada fra cinghiali, velociraptor e brontosauri vari con una struttura ispirata a quella delle api. Tutti i membri hanno il compito di nutrirsi per portare il cibo alla loro regina, che invece continua a partorire nuovi rampolli. I voracissimi animali si affacciano puntualmente ogni sessant’anni per saccheggiare tutto ciò che trovano, distruggendo la città dell’Ordine. Ne consegue che quindi ogni suddito rischia di non vedere mai i Tao Tei o una sola volta nella vita. Naturalmente, l’assalto di queste bestie è violentissimo anche per i numeri schiaccianti, che mostrano una superiorità imbattibile dei quadrupedi, ma l’eroismo e l’intelligenza di Garin, infallibile arciere occidentale prestato dalla sorte ai diffidenti cinesini, varranno la vittoria finale di questi ultimi. In mezzo c’è spazio per i tradimenti, ma non per gli amori.

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The great wall non vuol essere una storia sentimentale, ma tende anzi a gettare le basi e la disponibilità a un accordo. Quello fra orientali e occidentali, dai quali potrebbe uscire salute e prosperità per tutti oppure trasformarsi in una sciagura planetaria in caso di attriti. Il teorema che giunge da Pechino appare dunque chiaro. Armi ed equipaggiamento ce ne sono a sufficienza, ricchezza pure. Nell’eventualità di essere discriminati o trattati come una potenza – economica e politica – di serie B, la reazione cinese potrebbe essere pronta e devastante. Chi ha orecchie per intendere, insomma, può facilmente intuire il seguito della storiella che esce dall’antichità e arriva alla trimillenaria contemporaneità. Il concetto certamente stona, se cucito addosso a un popolo tutt’altro che marziale nell’evoluzione mondiale e più implacabile con gli animali, verso i quali mostra un cuore tutt’altro che tenero a qualsiasi specie appartengano, che non rispetto agli umani. Forse proprio per questo, nella finzione cinematografica le vittime designate a subire lo strapotere dell’Ordine senza nome è proprio una fauna preistorica se non addirittura fantasiosa. E tutt’altro che marginale è la cooperazione del mercenario di turno, l’occidentale Garin, del quale gli orientali faticano a fidarsi dopo aver sperimentato la scorrettezza di Ballard, occidentale anche lui, pronto invece alla fuga con il malloppo e il brigante suo sodale, futura vittima dello spudorato compagno di ventura. In tasca la preziosa quanto ambita polvere nera. Tutto questo sembra composto in un linguaggio comprensibillissimo per il Vecchio Continente e i suoi alleati, attraverso la scelta di affidare il messaggio al più occidentale dei registi cinesi in un’opera che poco ha in comune con il retroterra culturale del Sol levante. In The great wall c’è un pizzico di Alien, molto Signore degli anelli, un tocco de Il trono di spade e una parvenza di Indiana Jones per chi gradisce il genere. Si punta sulla popolarità per narrare una leggenda, una delle tante che piacciano e colpiscono. Perché solo quelle che restano impresse consentono di non dimenticare lo spirito di fondo. E il suo messaggio, neanche troppo criptico. Sottolineato dai due protagonisti – Garin (Matt Damon) e Lin Mae (Jing Tian) – perennemente alla ricerca di rassomiglianze o dissonanze fra loro. Non è questione di singoli, però. Ma il minaccioso occhiolino pacifista dei cinesi.

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