infNon puoi lasciare che comandi lui…

 

Prescott non è un nome da arcobaleno. E nemmeno odora di tacchi sbattuti all’improvviso. O plotoni sull’attenti. Ha tratti femminili e la sua natura è spesso fraintesa. È lui il primo ad adombrarsene, ma tant’è. La pena del contrappasso per l’esibire grazia dietro i boccoli biondi è essere confuso. Prescott è nome da ambasciatore californiano di hamburger ma diventa eponimo di un leader. Quello che forse non sarebbe mai. Un dittatore nato dal nulla, dal ventre di una madre che ha rischiato la sua stessa vita per darne una a lui. Destino non raro e neppure unico come invece la statura autoritaria del piccolo. Metafora anch’essa di come nasce un tiranno. O una tirannide. L’infanzia di un capo, opera prima di Brady Corbet, va letto nella chiave di un’esemplarità e della trasposizione di cui è espressione. Tratto da una novella di Jean Paul Sartre con lo stesso titolo e inclusa nella raccolta Il muro e liberamente ispirato al romanzo Il mago di John Fowles, il film mostra l’insorgere del carattere dispotico di chi vuol sottomettere gli altri. Il proprio volere prioritario non per sterile egoismo individuale quanto per la convinzione che sia il bene collettivo.

infanzia

Diviso in quattro capitoli, tre dei quali incentrati su un moto di orgoglio del piccolo protagonista con un epilogo che idealmente conclude la parabola della crescita, l’opera cinematografica è ambientata in un periodo cruciale. Le trattative di pace che porteranno a Versailles a conclusione della Grande Guerra. E il papà di Prescott (Liam Cunningham già visto nei panni del prete in Hunger di Steve Mc Queen) è il consigliere del presidente Woodrow Wilson. Trasferitosi in Francia per la diplomazia, scopre di aver bisogno delle proprie capacità professionali anche nella gestione di un figlio tanto incontenibile. Intorno al ragazzino c’è il mondo di sempre con le sue diversità. Una madre (Berénice Bejo) devota ma decisa. Una precettrice (Stacy Martin del Racconto dei racconti Le redoutable) timida e fragile. Una governante dolce e protettiva (Yolande Moreau nota per aver recitato Nella casa di Francois Ozon e in Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco van Dormael). Oltre a loro un sacerdote comprensivo ma non rinunciatario. La solita massa, rappresentata dai compagni di scuola che nell’ultimo capitolo del film si trasformano nell’esercito informe dei combattenti al passo dell’oca. Introduzione e conclusione si differenziano anche morfologicamente rispetto al resto del testo filmico. La prima è costituita da filmati storici d’archivio in formato diverso e in bianco e nero. Il finale è invece a colori, pur sempre in formato differente e con la macchina da presa che ruota all’impazzata su se stessa per dare l’impressione dei convulsi eventi che attendono l’umanità.

Poco importa, insomma, di ciò che si vede. Il significato è perennemente nascosto dietro ciò che si deve soltanto intuire. O meglio della trasposizione necessaria per dare un senso compiuto a quella che all’apparenza sembra essere soltanto un’avulsa e sterile narrazione al punto che la fine non sembra essere una fine come forse l’inizio stenta ad essere tale. Dato comunque accertato il valore metaforico del film di Corbet, resta la debolezza di una narrazione che appare estremamente didascalica e attinente al titolo stesso. Infanzia come parte iniziale della vita di un bambino, al netto dell’equazione in cui infanzia sta per evoluzione e crescita. La dittatura rimane in secondo piano salvo impadronirsi della scene nelle sequenze conclusive  dove il parallelo si completa, ma il protagonista risulta ugualmente lontano da Hitler come da qualunque suo equivalente, nonostante i ripetuti riferimenti a condizioni di pace che penalizzassero la Germania al punto di impedirne nuove affermazioni politiche.

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