503Le età di una donna hanno sapori dolceamari, ma la verità è che la vita è una ruota girevole. La gioia si accavalla allo sconcerto. Ad attese deluse, poi inaspettatamente soddisfatte in un’altalena di sensazioni e sentimenti che non importa se scocca il mezzo secolo o se, sulla torta, le candeline sono una trentina scarsa. Si ride e si piange a ogni frontiera e questo è il messaggio – affatto scontato – che esce da 50 primavere di Blandine Lenoir, attrice e regista francese di 44 anni al suo secondo lungometraggio dietro la macchina da presa. Il titolo originale – Aurore – è ancora una volta decisamente più centrato della traduzione italiana, tutt’altro che necessaria. Aurora è la protagonista – Agnes Jaoui, 53 anni suonati – e un duplice significato oltre al nome proprio di persona. Sia in francese sia in italiano rappresenta l’attimo che precede l’albeggiare e le ultime luci prima del tramonto. Due parti della giornata che si prestano a un’interpretazione metaforica nell’ambito della vita di un essere umano. Il rigoglio. La rinascita. Oppure il crepuscolo. L’attimo prima delle tenebre. La felicità e la difficoltà, insomma. Ebbene, il gioco dei significati, nella versione italiana, va tranquillamente a farsi benedire. Resta inalterata invece l’unica superficialissima chiave interpretativa possibile, quella delle 50 primavere appunto, letta in quest’occasione nella declinazione femminile. E invece.

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Invece il film della Lenoir, pur essendo una commedia che induce spesso al sorriso, non fa economia di riflessioni tutt’altro che banali. Aurore vive la crisi dei 50 anni, con annessa menopausa e il frantumarsi di un matrimonio che la lascia però in ottimi rapporti con l’ex marito. Quando tutto sembra inevitabilmente travolgerla – perde anche il lavoro – scopre di essere ormai in procinto di diventare nonna. Una gioia inattesa e non calcolata che si accompagna a un provvidenziale incontro con un’antica fiamma di gioventù. Rinasce la simpatia, non è forse pienamente corrisposto il sentimento per i sensi di colpa della donna, che aveva scaricato quel ragazzo alla partenza per la leva militare accasandosi con il migliore amico del soldatino. È l’occasione per assistere al rinvigorirsi della passione perduta di Aurore che scopre una seconda giovinezza proprio mentre le figlie vivono problematiche opposte. Una deve partorire e teme di non saper fare la mamma, non sapendo fare nemmeno la moglie e la figlia. L’altra segue il fidanzato e scopre che questo ha in testa il lavoro e gli amici, ma non certo il cuore. L’atlante di geografia femminile si completa con un’anziana che soccorre Aurore, nelle vesti di una sorta di badante che invece viene badata. Lei con qualche decennio in meno sulle spalle rispetto alle anziane che dovrebbe teoricamente sorvegliare. A dare grinta si aggiunge Marina, l’amica del cuore di Aurore, decisa a stanare il maschio fedigrafo prendendo regolarmente cantonate, ma esibendo un caratterino tutt’altro che remissivo.

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Il letto si trasforma così in un confessionale, come da classico copione rosa a tutte le età. Ma non è una questione di carta d’identità e le femminucce in scena se ne rendono conto presto. Le difficoltà dei vent’anni si accompagnano alle attese di dare alla luce una nuova vita nella sorella trentenne. E si sovrappongono a una sorta di quiescenza da mezzo secolo, nella madre. Però non tutto è come sembra e le carte si rimescolano all’improvviso, visto che anche un’ottuagenaria riesce a trovare il tempo per la passione fisica. 50 primavere non è insomma una commedia sulle scalmanne e le vampate di calore ma sulle fasi di un’esistenza, spesso condita da frasi e commenti di fetida retorica a prezzo di saldo, stile “Non importa essere giovani fuori, occorre essere belli dentro”. Aurore è… Aurora. La vita che nasce quando sembra essere sul punto di concludersi.

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