LEI1Non siamo responsabili delle vite degli altri

 

Due donne e una penna. Metafora di scrittura, perché la prosa è il denominatore comune fra una scrittrice di successo in crisi di ispirazione e una “ghost writer” che mette le sue frasi al servizio di altri. Ma resta sempre nell’ombra. Si dà il caso che quest’ultima sia un’ammiratrice della prima e tenti di soccorrerla nei suoi giorni disperati. La narratrice, in balia di se stessa e dei suoi fantasmi le si affida senza remore, al punto da concederle l’uso del computer e delle sue parole chiave per gestire posta e contatti e la manda in giro al suo posto. Insomma, adotta un’agente. Lo scopo – perché c’è sempre una ragione dietro ogni comportamento – viene a galla alla fine e sottolinea l’utilitarismo che regola le azioni umane. Quello che non so di lei, l’ultimo lavoro di Roman Polanski, è un gioco a due fra l’autrice (Emmanuelle Seigner, già a suo agio nel gestire rapporti caratteriali sul grande schermo come in Venere in pelliccia dello stesso Polanski, suo marito e pigmalione, e Nella casa di François Ozon) e la sua fan (Eva Green, reduce da Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali di Tim Burton) come emerge dal libro Da una storia vera di Delphine De Vigan, della quale la protagonista assume anche nome e cognome, nell’evidentissima scelta di non fare alcun mistero sulla fonte di ispirazione. Il film nasce, quasi per caso, da una lettura della stessa Seigner, che segnala al marito l’adattabilità al grande schermo delle pagine del romanzo. L’affinità di molte delle tematiche ai motivi cari al regista ha favorito il successivo passaggio dagli intenti alla realtà. E se un difetto contraddistingue quest’ultima opera del regista è proprio l’assoluta assenza di novità che riportano Quello che non so di lei nell’alveo di una sorta di dèjà vu di pezzi e stralci del repertorio di Polanski.

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I debiti sono tantissimi. A partire dai due titoli che lo precedono, per il faccia a faccia quasi teatrale che circoscrive e limita il numero degli attori in scena al rapporto tra i due principali protagonisti. Due, regista e attrice, in Venere in pelliccia, quattro in Carnage, entrambi ambientati in luoghi chiusi a denotare il drastico restringimento del campo d’azione, in modo inversamente proporzionale al terreno di scontro ideologico. Una falsariga che emerge nitidamente anche ne La morte e la fanciulla del 1994 dove i ruoli in gioco erano tre e l’ambientazione è la casa in cui marito e moglie accolgono uno sconosciuto, in realtà solo apparente, che chiede aiuto.  Volendo proseguire nell’itinerario all’interno della filmografia di Polanski, anche Luna di fiele (1992) ricalca la stessa falsariga con due coppie a confronto su una nave in crociera. Molto vaghe invece le tracce del thriller, che distanziano moltissimo Quello che non so di lei da qualsiasi altra opera del cineasta polacco naturalizzato francese. Il film mostra semplicemente una tensione psicologica che tiene in piedi il braccio di ferro fra la scrittrice e la sua improvvisata agente. L’una strumento dell’altra, in uno scacco che si risolverà in un epilogo inatteso. L’animo forte dell’ammiratrice viene messo a dura prova da una donna che non ha alcuna intenzione a lasciarsi pilotare ad altrui piacimento. Alla base ci sono situazioni irrisolte e inquietanti, nel senso però di problemi che non lasciano tranquilla la donna che li nutre. Un altro spunto familiare a Polanski, già ravvisabile in Cul de sac, Repulsione e soprattutto Rosemary’s baby, aveva già toccato questo tasto. A ciò si aggiunga che la trama di Quello che non so di lei è sintetizzabile in modo estremo come un libro che racconta la storia di un altro libro, tecnica già utilizzata ne La nona portaL’uomo nell’ombra.

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Ne emerge quindi il quadro di un’opera che non ha certo nell’unicità il suo punto forte. A confermarlo è anche la simbologia ricorrente, tipica del Polanski-pensiero. Ritorna l’acqua, stavolta sotto forma di pioggia insistente, che batte sulla villa dove si trovano le due protagoniste. È l’emblema della purificazione e della rigenerazione, anche se non necessariamente raggiunte. In questa fattispecie le due donne sono ormai sulla fase finale del loro confronto. Tra frasi non dette e strategie nascoste. Guerra da gentil sesso contrassegnato in rosso come è costume abituale del regista. Leila-Eva Green, con una femminilità che punta su fascino e seduzione anche nei confronti della “rivale” ha le unghie smaltate, mentre Delphine-Emmanuelle Seigner, scrittrice in crisi, è più modestamente abbigliata con una sfumatura più smorta in un abbigliamento, molto lontano dal sottolineare l’appeal della persona che lo indossa. Interessante il doppio uso della sciarpa. Delphine ne sfoggia una rigorosamente sbiadita e in lana spessa, ma ne regala una più raffinata e in una tonalità più accesa all’amica che la invita alla cena del proprio compleanno. Una festa che nasce come un appuntamento per molti amici, ma si traduce in un deserto dove le due donne sono chiamate a compiangere le rispettive forme di solitudine. Anche in Quello che non so di lei si riconosce lo schema dell’ossessione in cui uno dei due personaggi esercita questa sorta di fascinazione nei confronti dell’altro. Stavolta il regista risolve il rebus con un’alternanza di ruoli e se, inizialmente, la ghost writer sembra avere un ascendente maggiore nei confronti di una scrittrice dalla forza creativa ormai esaurita, l’inatteso ribaltamento delle posizioni lascia di fatto in sospeso il confronto.

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