rachel1Colpevole o innocente…

 

Il mondo chiuso della borghesia rurale inglese si nutre di una campanilistica diffidenza. Succo di solitudine. Angoscia distillata con l’amaro di una lontananza a tutto. Confronto fra vita vissuta e soltanto assaggiata. Bambagia immemore di infelicità futura. Quella di Philip, orfanello allevato dal cugino Ambrose, è la storia di chi impazzisce per amore, debella i pregiudizi in preda alla follia del cuore e paga l’altissimo pedaggio di chi è travolto dall’ignoto. Ovvero lasciare che i sensi, mai allenati, siano condotti dall’astinenza sulla china peggiore. Una mente obnubilata. Rachel di Roger Mitchell è opera di fantasia e non appartiene al mondo reale, nondimeno descrive ciò che in molti casi è frequentemente sotto gli occhi. La lucida razionalità messa totalmente in crisi dalla violenza degli appetiti. Salvo poi scoprire di essere finito nello scacco di una dama demoniaca e misteriosa, abilissima tessitrice di un doppio gioco che lei stessa ordisce ma non porta a termine. L’ex orfanello è di quelli tutelati dal nume della buona sorte e anche dopo esser finito preda della propria stessa follia, è miracolato dalla Provvidenza che interviene per togliere di scena la maliarda vedova del cuginetto di Philip. Il protagonista torna in possesso del senno, dopo averlo calpestato anche davanti agli avvisi e ai saggi suggerimenti del tutore e di chi realmente gli voleva bene. Una favola, insomma, che troppe volte è diventata triste realtà nei secoli dei secoli. E dove la Provvidenza si è mostrata occasionalmente e in forme diversissime da quelle del film. D’altronde l’intervento soprannaturale non può sempre rimediare alla stoltezza degli uomini. Nel caso di Philip è andata bene, ma il ruolo dell’intervento celeste è frutto di una mente umana.

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Rachel è tratto dal romanzo di Daphne du Maurier, Mia cugina Rachele e vanta già una prima stesura cinematografica, proprio con questo titolo, ad opera di Henry Koster, regista tedesco naturalizzato americano, che nel ’51 scritturò due talenti dell’epoca, Olivia De Havilland – indimenticata Melania di  Via col vento, oggi 101enne signora del grande schermo – e un debuttante Richard Burton che per questo film ottenne il Golden globe come miglior attore esordiente a dispetto delle quattro candidature agli Oscar per una commedia rimasta senza successo. Il testo torna dunque dopo oltre mezzo secolo in una versione molto attinente alle pagine della scrittrice e poetessa inglese che affascinò Hitchcock, il quale attinse dai suoi volumi Rebecca la prima moglie, Gli uccelli e La taverna della Giamaica mentre Nicolas Roeg vi ricavò A Venezia… un dicembre rosso schocking. Quella di Roger Mitchell è un’opera molto curata in cui Rachel (Rachel Weisz di The lobster e Youth) è affiancata da un uomo dai doppi fini, l’inflazionatissimo Pierfrancesco Favino, sugli schermi con il deludente A casa tutti bene di Gabriele Muccino e Sam Claflin, reduce dai vari Hunger games. Affascinanti le ambientazioni in un castello del Surrey, scelto come set dopo ripetuti sopralluoghi in cerca della miglior cornice per un film ambientato nella Cornovaglia dell’Ottocento con riferimenti all’Italia e a Firenze in particolare dove Daphne du Maurier fece riparare Ambrose in fuga da inclementi meteorologie. Qui l’incontro con Rachel, il matrimonio e le lettere disperate a Philip che, deciso ad accertarsi delle condizioni di salute del cugino, lo trovò invece già passato a miglior vita. I dubbi si accavallano e i rancori crescono. Ma quando conosce di persona l’odiatissima dama finisce per invaghirsene profondamente.

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Thriller psicologico d’epoca, in Rachel entrano in gioco l’innamoramento e il patrimonio di famiglia, bene morale il primo e materiale il secondo che costituiscono l’asse tematico accennato nell’analisi della trama. Tuttavia, ridurre a questo doppio aspetto l’opera cinematografica sarebbe superficiale perché il romanzo e, di riflesso, anche il film toccano altri aspetti come la sessualità e soprattutto il potere delle donne e la loro libertà in un mondo rigorosamente maschilista come quello descritto dalla scrittrice britannica. Oggigiorno questo assetto sociale è molto diverso e mutato, tuttavia la libertà della donna è spesso messa in discussione. Rachel  mostra una faccia particolare. Una femminilità al servizio di una classe maschile tutt’altro che corretta, capace di servirsi del volto accattivante dell’altro sesso per depredare lo sprovveduto di turno. Qual è allora il confine fra il raggio d’azione di una donna e la società in cui si muove. Rachel è un po’ la donna che cadde sulla terra portando dal XIX secolo al terzo millennio una situazione che, con caratteristiche molto diverse, resta pur sempre attuale. Sarebbe tuttavia ingiusto non mettere questo ruolo in rapporto e in correlazione con quello di un uomo incapace di gestire il patrimonio non soltanto da un punto di vista economico o imprenditoriale, ma dal lato dei principi. Le parole che regala ai contadini impiegati nella sua proprietà si rivelano la negazione del suo regalare alla prima sconosciuta tutto ciò che possiede. Un dono che assume proporzioni ancor più inquietanti perché dettato solo dall’impazienza verso un rapporto sessuale, trattato dal regista in maniera assai poco elegante e garbata. Sesso, amore e ricchezza diventano dunque piccole parti di un tutt’uno in cui la donna e l’uomo giocano ruoli sociali al di là del sentimento. Schermaglie nelle quali a volte si scoprono nemici acerrimi nella stessa misura in cui poco prima erano complici. Poi venne la Provvidenza a riaggiustare i ruoli e restituire saggezza dove ci fu follia e morte dove abitò la rapina. Ma l’interrogativo che apre il film è lo stesso che lo conclude. Rachel fu colpevole o innocente in quel meccanismo di seduzione pilotata per depredare il cugino del marito defunto. O ucciso dalle sue tisane avvelenate. Mistero.

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