nome1La violenza non necessariamente è fisicità. Subliminale. Sotterranea. Indiretta. Mascherata da reciprocità di favori. Abita nel ricatto e sopravvive di doppiezza. Il satrapo abusa del suo potere e, specialmente sul lavoro, si nasconde dietro il paravento di un assoluto prestigio. Indiscutibile fino all’attimo in cui la maschera viene strappata dal volto accattivante dietro il quale si cela il mostro. Lo chiamano mobbing e significa persecuzione esercitata sul luogo d’impiego da parte di un collega o di un superiore. L’immensa casistica contempla la richiesta di prestazioni sessuali di cui spesso le donne sono destinatarie da parte di spregiudicate controparti. Un sopruso che, nella maggior parte dei casi, non viene nemmeno denunciato per timore di vendette o nuove costrizioni. Nome di donna di Marco Tullio Giordana tocca questo tasto dolente della contemporaneità e odora di miasmi psicologici e rappresaglie vestite con l’abito della festa. Nina (Cristiana Capotondi) è una ragazza madre che trova una collaborazione estiva in un istituto per anziani. Dopo essersi distinta per la propria dedizione, viene assunta e, passato qualche tempo, diventa oggetto del desiderio del direttore della struttura, con un debole per le donne in divisa da cameriere. Le avance non sono di quelle da lasciare molti dubbi e la ragazza – inorridita – fugge dall’ufficio del dirigente dove era stata convocata. Inizia a quel punto la sua personale lotta per una giustizia che a molte altre dipendenti – parecchie delle quali straniere – risulta fuori luogo. Viene emarginata. Calunniata. Il suo esposto non produce effetti e, dopo una sospensione, viene reintegrata previa firma su un documento di scuse ufficiali che don Roberto (Bebo Storti), il prete-manager della casa di cura, le “impone” di presentare. Nina è nuovamente merce di scambio. La prassi viene rispettata ma la donna non si arrende. Prosegue nella sua battaglia e, grazie a una serie di testimonianze riesce a spuntarla nel processo con una condanna ridicola ai danni del colpevole. Ricorso in appello e giustizia fatta con il direttore che riceve una pena più severa insieme al sacerdote, ritenuto suo complice.

NOME2

Lo schema è semplice. Il film non ha ambizioni qualitative, ma soltanto quelle di portare all’attenzione del pubblico un tema dolentissimo in anni in cui il sesso debole è perseguitato da uomini violenti sotto ogni aspetto. Non ultimo quello delle pressioni in ambito professionale. Una ricerca Istat del 2008-2009 mette in evidenza che 10 milioni 485mila donne in unì’età compresa tra i 14 e i 65 anni hanno subito ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso generale. Nel biennio 2015-2016 il tetto è sceso a 8 milioni 816mila persone di cui un milione e mezzo avrebbe avuto sgradevoli approcci sul posto di lavoro. L’intento educativo, insomma, è lodevole ma il dubbio resta fortemente acceso. La platea cinematografica in generale e quella a cui è diretta quest’opera, in particolare, non è certamente la tipologia di spettatori che già non sappiano come sia opportuno comportarsi con una donna. E già non ne siano consapevoli e convinti depositari. Nome di donna, insomma, sbaglia mira, se così si può dire. I soggetti da educare o rieducare non sono quelli che lo vedranno e in questo senso l’effetto rischia di essere sterile. Ciò non significa che non andasse portato avanti un nobile progetto con altrettanto nobili intendimenti dello stesso tenore. Piuttosto, forse, sarebbe stato necessario articolarlo meglio e costruirlo in modo da mostrare pretese qualitativamente ben maggiori, perché una più raffinata e più studiata trama con un pathos maggiormente sollecitato ne avrebbe innalzato il tasso di classe, riservandogli una diffusione decisamente più alta e un riscontro – di conseguenza – più capillare coinvolgendo un più esteso bacino di spettatori, molti dei quali forse un po’ tentennanti, nel loro intimo, quanto a chiedere ricompense in cambio di altri più corporei favori. L’intreccio è fin troppo esile, lineare, elementare e quasi mai riesce a suscitare emozione o rabbia per le ingiustizie sofferte dalla protagonista. La regia riflette la semplicità dei contenuti, senza impennate di ingegno di cui Giordana peraltro ha più volte dato prova in passato. Un riferimento potrebbe andare a Sanguepazzo, di tema e argomento diverso ma ingiustamente dimenticato e sicuramente più efficace nel provocare sensazioni e stati d’animo che invece Nome di donna non risveglia quasi mai. Uno spot di lusso, insomma, stile “Pubblicità & progresso”. Vederlo può far bene, anche se non insegna nulla a chi è sano di mente e di principi.

[youtube s9mejesXAM8 nolink]

Tag: , , , ,