FOX4© Giora BejachCon quell’incubo mi sono addormentato ogni sera e svegliato ogni mattina. Un soldato era morto al mio posto.

 

Ballare con il destino una danza di morte. Attesa e silenzio. La sorte gioca la sua partita da un Olimpo invisibile. Il mito dell’eroe causa della sua punizione è sotto scacco in un incrocio maledetto di coincidenze. In Israele il crocevia tra la sciagura e il fato è una quotidianità inquietante. Ripetitiva. Sembra quasi tramandarsi di generazione in generazione. Foxtrot di Samuel Maoz, già Leone d’oro alla Mostra di Venezia come miglior film nel 2009 con il suo precedente Lebanon, ha bissato il successo ottenendo il Gran Premio della giuria, sempre al Lido, nel 2017 per quest’opera di altissimo livello che applica uno schema classico a una storia tipica dei giorni nostri. Michael e Dafna vivono una fase dolorosa e alienante del loro matrimonio e, quando alla porta suonano due emissari dell’esercito, la donna comprende immediatamente che qualcosa di terribile è accaduto al loro figlio Jonathan. Colta da un mancamento, la madre viene sedata, mentre il peso del dolore grava sul cuore dell’uomo. È la fine di una vita e l’inizio di un incubo che rischia di trascinare con sé anche il crollo di una coppia. Sono imminenti i preparativi del funerale del ragazzo e si apre il periodo del lutto ebraico. Litanie dell’aldilà in un aldiquà che non ha più il sapore della vita né i battiti di un cuore malato. Michael chiede di poter vedere il corpo del figlio mentre lo Stato si prende cura della famiglia del caduto sul fronte dei combattimenti. Ma proprio quando l’ora dell’apocalisse sembra ormai pronta a scoccare arriva l’inattesa notizia. Non è Jonathan il soldato morto. Il tragico errore sembra stemperare l’odore acre del fuoco nemico e l’abisso del nulla eterno.

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I due genitori ritrovano il sorriso e tornano a confrontarsi con il loro presente e il loro passato. Il pericolo scampato ha il passo lungo di un ritorno alla vita per chi aveva ancora sulle labbra il sapore del dolore. La luce su uno ieri di gravidanze male accettate e temute, poi custodite con la rassegnazione del sacrificio. Amaro stillicidio di una gioia con il volto della sofferenza. Michael apre il suo cuore e confessa il suo segreto. Erano mesi di vigilia ma la poesia di un bambino in arrivo non allontanava l’ombra del dramma compiutosi sulla strada del rientro a casa, quando l’uomo guidava una colonna di militari. Il militare che ebbe salva la vita ha il profilo dell’eroe per il volgo comune, ma non per gli dei. E le colpe degli uomini del passato ricadono sui figli nel presente, trascinando nel vortice della sofferenza quello che un tempo fu la guida. Lo stratega. Il valoroso. Perché non esiste nulla di cui non si paghi un conto. Morale o materiale. Ritmi di un destino che non perdona i viventi. Si ripresenta dietro maschere diverse. Pretende il saldo dei sospesi in un viatico di sofferenza che non cancella lucide responsabilità nemmeno se involontarie.

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In questa prospettiva si giustifica la scelta del regista. Foxtrot è costruito secondo lo schema della tragedia greca classica. Tre atti scanditi dai momenti che caratterizzano lo svolgimento di una trama sincopata, in cui la prima parte è quella del dolore, incomprensibile ai mortali. Il segno di un Fato inspiegabile che si manifesta improvviso, senza un segnale nemmeno ipotizzabile. La seconda rappresenta invece la stasi, in un apparente ritorno a una situazione assestata, che sembra preludere a una felicità finalmente raggiunta, come una forma di compensazione per angosce recenti. Il terzo atto è la fine del dramma. Il crollo. Le colpe pregresse di un protagonista che è causa e vittima al tempo stesso della sua punizione. Il richiamo alla hybris è evidente. Secondo le concezioni dell’antica Grecia un evento accaduto nel passato influenza in modo negativo la vita presente. È l’effetto di un’azione che viola leggi divine immutabili e, a distanza di tempo, si riverbera implacabilmente su una discendenza costretta a subire azioni malvagie o a commettere crimini. La hybris divina si trasforma così nella sua conseguenza, la nemesi. La vendetta degli dei. E nell’epilogo del film gli elementi della tragedia antica si presentano in tutta la loro irruenza e inequivocabilità. Storie di coincidenze delle quali Israele è la patria. Storie di fatalità che hanno colpito la vita stessa del regista ed è lo stesso Maoz a raccontarlo. “Mi è capitato di proibire a mia figlia di andare a scuola in taxi come spesso ha fatto quando era in ritardo. La volta che la obbligai a prendere il bus, su quello stesso automezzo fu compiuto un attentato. Il bus esplose e molti furono i morti. Mi sentii paralizzato dalla colpa. Dal rimorso. Dall’angoscia. Poi, mi precipitai sul luogo della sciagura. Mia figlia non c’era. Perennemente ritardataria, aveva perso anche quell’autobus”. L’olimpo ebraico non aveva colpe da far scontare ai viventi.

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