flo1Lungo la highway 192 si stende la ricchezza spensierata dei parchi a tema. Orlando, capitale Disney del nord America, è la stella di un’opulenza fatta di carta e distrazione. Pupazzi che sorridono e scugnizzi a stelle e strisce. Si vive anche ai margini e il motel è la culla di una disperazione mascherata. Sorrisi incoscienti e figli abbandonati a se stessi. Tra le briciole di un fast food che ammannisce cibo spazzatura ai bambini ricchi solo del nulla. Un sogno chiamato Florida è il titolo fuorviante del film di Sean Baker, The Florida project, accompagnato da una locandina altrettanto sconclusionata che dà l’immagine di una commedia brillante laddove ci sono invece miseria e abbandono. Moonee (Brooklynn Kimberly Prince, talento recitativo di soli 7 anni con un futuro da stella)  è figlia di una madre senza tetto né legge, che vive nelle pieghe di un motel, dove si sottrae al pagamento della stanza. Messa alle strette, oscilla sul confine dell’illegalità cadendo più spesso del prevedibile in territorio proibito, per poter saldare i suoi debiti. La bimba è una monella che ha imparato tutto da una mamma, esemplare solo in ciò che non andrebbe imitato e, se non fosse per Bobby (Willem Dafoe), sarebbe in pericolo più spesso di quanto non accada. La situazione precipita e Halley (l’esordiente lituana Bria Vinaite), sconclusionata e sgangherata genitrice, perde anche gli unici amici che conserva e che, impietositi, l’avevano sempre aiutata. L’arrivo delle assistenti sociali provoca la disperazione e la fuga di Moonee lontano dai bassifondi di Orlando, cercando rifugio tra le braccia accoglienti dei pupazzi del sogno di qualsiasi bambina. Tranne una. Lei.

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Il film – presentato senza clamori a Cannes nel maggio 2017 in una sezione collaterale, la Quinzaine des realisateurs, per poi attraversare i festival di Toronto, San Sebastiàn, Londra e Torino – ha ottenuto larghi consensi da una critica che lo ha portato perfino alla candidatura all’Oscar, con Dafoe nella categoria dell’attore non protagonista. Una mossa dal sapore di beffa per un attore che ha legato il suo nome a opere memorabili come L’ultima tentazione di Cristo e The aviator di Martin Scorsese, Mississippi burning di Alan Parker, Platoon e Nato il 4 luglio di Oliver Stone e si potrebbe continuare a lungo. Ebbene per nessuno di questi ha avuto il meritato riconoscimento di una statuetta che ha sfiorato invece con Un sogno chiamato Florida in cui è autore di una recitazione nelle righe. Lo stesso non si può dire della piccola Brooklynn Prince, ancora in erba, tuttavia capace di una prestazione eccelsa, soprattutto per il dettaglio in assoluto migliore di tutto il film, con il suo primo piano finale. In conclusione, niente nomination per la bimbetta che comunque si rifarà perché di lei si sentirà parlare a lungo in futuro e nessuna statuetta per Dafoe con la speranza che il tempo gli renda giustizia forse più per il suo passato che per il presente in Colpa delle stelle di Josh Boone o Assassinio sull’Orient express di Kenneth Branagh,  The great wall di Zhang Yimou o Seven sisters di Tommy Wirkola in cui è sempre perennemente un comprimario attempato e dimesso.

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Un sogno chiamato Florida è un’opera a due volti estremamente discordanti. L’apparato tematico, che merita riflessioni attente, cozza contro una resa formale molto discutibile. I contenuti sono impegnativi. Orlando, città-divertimento per antonomasia, viene mostrata nei suoi aspetti deteriori dove coppie di genitori e bambini vivono ai margini dell’opulenta società figlia di Pippo, Pluto e Paperino. Nei bassifondi si lotta contro il peggio, fra cui la distrazione. Davanti all’insidia di pedofili e pervertiti ai quali fanno gola i piccoli trascurati in strada. La necessità di ricorrere a mezzucci non sempre leciti per compensare i nulli introiti di una disoccupazione che non consente nemmeno la speranza di un lavoro futuro. E la vita ai margini spinge verso una scelta irrevocabile e dolorosa, lasciare una bimba nelle mani di una madre tutt’altro che in grado di mantenerla e di educarla oppure togliergliela. Le istituzioni sociali non si rivelano mai – per quanto buone nelle intenzioni – il rimedio più efficace per i piccoli in queste condizioni. Così l’interrogativo è destinato a rimanere senza risposta. Meglio la fuga dalle assistenti sociali o la sofferenza spensierata ma senza un domani nelle mani di una madre dalla quale nessun figlio fugge. Il tema è scabroso ma affatto superficiale e sembra conferire al film uno spessore lodevole. A dispetto di ciò, la prolissità della narrazione risulta farraginosa e ripetitiva. Per la quasi totalità del film si assiste alla quotidianità sconclusionata di Moonee e a quella della mamma, incapace di tenerla in riga, che si abbandona a qualsiasi vizio e trasgressione lasciandosi scorrere addosso i suoi giorni, a differenza delle altre donne che cercano invece di dare regole di civiltà ai loro bambini. Le marachelle della piccola e le illegalità di Halley sono distillate nell’arco di un’ora e mezza che risulta inutilmente appesantita. Ne esce un film non certo trascurabile in assoluto, benché lontanissimo dalla realtà europea e italiana. E viene da domandarsi, in tutta franchezza, a che cosa serva.

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