hos1Ognuno di noi ha colpe. Io chiedo solo una seconda opportunità.

 

I cheyenne non hanno rispetto per i loro capi. Sono sanguinari e implacabili anche con loro. E non guardano mai indietro. Falco Giallo lo sa bene. Prima che una malattia lo prostrasse, aveva steso una scia di morte dietro di sé e il capitano Joe se lo ricorda. Sul campo aveva lasciato molti amici. Li aveva visti morire. Non li aveva potuti salvare. È l’anno del Signore 1892. Ma anche nel New Mexico il mondo è piccolo, troppo per pensare che non avrebbe più incontrato quel dannato indiano. E un cancro glielo ha sbattuto in faccia. Infiacchito dagli anni e dal male ma speranzoso di riuscire a morire nella valle degli Orsi. Là, dove era nato. Dove era la sua casa, che per i nativi non è una misera tenda, ma una regione. E non importa se è vuota. Falco Giallo è in catene, Joe invece è un uomo libero ma anche lui ha seminato morte fra quelle tribù che le truppe americane hanno spazzato via. Non vuole saperne di rivedere la faccia truce di quel vecchio, ma sottrarsi ai doveri significa perdere gradi e privilegi. La sospirata pensione e una vecchiaia in pace ancorché lontana. Il capitano è costretto ad accettare una decisione che non condivide. Il giudice ha stabilito che Falco Giallo possa morire in pace nella sua terra. E lo sceriffo esegue. Lo tira fuori di cella ma non gli toglie le catene e il garante è proprio Joe Blocker, l’ex eroe di guerra, un viso pallido per il quale il falco era invece un viso noto. Devono raggiungere le praterie sconfinate del Montana, mille miglia a cavallo, tra le imboscate degli indiani cattivi. Quelli che una volta guidava proprio Falco Giallo e ora continuano a incendiare le fattorie dei bianchi per rubare i cavalli e uccidere i bambini.

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Hostiles – Ostili di Scott Cooper, cui si deve Black massIl fuoco della vendetta, è un western che ricalca nell’impostazione uno dei capolavori di John Ford, Ombre rosse, diverso nella forma ma non poi tanto nella sostanza. Qui non ci sono diligenze che attraversino i territori infestati dalle tribù ma – a suo modo – c’è una comitiva, con la stessa particolarità di ospitare anime diversissime. Se là c’erano un medico ubriacone, una prostituta, un giocatore d’azzardo, un banchiere, uno sceriffo, un venditore di liquori e una donna incinta qui l’eterogeneità è rappresentata da Joe Blocker (Christian Bale, già alle prese in un western con Quel treno per Yuma di James Mangold e il kolossal Exodus di Ridley Scott) una vedova (Rosamund Pike, poco avvezza a cavalli e agguati, ma efficacissima nel ruolo benché si trovi più a suo agio ne L’amore bugiardo di David Fincher con cui sfiorò un Oscar), un sergente che come Blocker odiava gli indiani ma, a differenza sua, non aveva saputo tenersi a freno e aveva sterminato una famiglia andando dritto verso la forca. A loro si aggiungono Falco Giallo e la sua piccola comunità con il figlio Falco nero, la nuora Donna Alce, il nipote Piccolo Orso e l’anziana moglie. E poco conta se gli apache di John Ford sono i cheyenne di Cooper perché il tema del viaggio è rispettato e le diversità del gruppo sono uguali nelle differenze. Vietato leggervi ipotesi di remake, però. Hostiles fa testo solo a se stesso e lo fa con grande qualità, regalando con gioia un nuovo titolo che appartiene a un genere un po’ dimenticato, se non fosse per Quentin Tarantino che ci ha dato Il GrintaThe hateful eight o lo stesso Mangold che, or sono undici anni, portò sul grande schermo Quel treno per Yuma, seppur nel rifacimento di un’opera di mezzo secolo prima.

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Il film di Scott Cooper esibisce scene meravigliose come la disperazione di Rosalee Quaid che scava in terra a mani nude per seppellire il corpo del marito e dei tre figli uccisi dagli indiani o ancora – qualche sequenza più tardi – quando scarica l’intero caricatore sul corpo dell’uomo che le ha smembrato la famiglia. Suggestiva l’osservazione degli indiani, una volta tornati nella loro terra come la sparatoria contro il latifondista che vuole impedire il passaggio alla comitiva di Blocker, ormai assottigliatasi cammin facendo, perché nel vecchio e lontano West non si percorrono migliaia di miglia senza pagare un tributo alla morte. E affascinanti sono pure i silenzi che rendono più preziose le parole pronunciate, in una sceneggiatura che poco lascia al caso e molto alla riflessione. Il denominatore che unisce la truppa in viaggio per riportare a casa Falco Giallo è costituito dalle molte colpe che gravano sulle coscienze di ognuno. Non c’è nessuno che possa chiamarsi fuori ma nel corso del viaggio le tensioni iniziali si stemperano progressivamente. Si giunge a una spiegazione e a un reciproco comprendersi, quando non è più possibile giustificare e giustificarsi. E gli animi cambiano volto e voce. Dizionario e toni. La pace si conquista vivendo e, forse, non solo per la leggendaria saggezza conquistata giorno dopo giorno, ma per il trascorrere del tempo che stempera odi e rancori cambiando caratteri e natura degli uomini. Non si resta gli stessi, insomma. E il viaggio di Blocker e i suoi ne sono la testimonianza più evidente. Alla fine ognuno è diverso da se stesso e il viaggio non è soltanto lo spostamento fisico di un gruppo di persone ma il loro modificarsi e conquistare la pace. “Nella sua essenza l’anima americana è dura, solitaria, stoica e assassina. Finora non si è mai fusa” scriveva l’inglese David Herbert Lawrence, autore de L’amante di lady Chatterley, in una frase posta in calce al film. L’epilogo sembra smentirla. L’edulcorato ritrovarsi conclusivo alza i valori del diabete, offre un indiano in giacca e cravatta. Politically correct. Forse anche troppo. Il cinema non ha mai amato i nativi. Stavolta li ha irrisi.

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