ton2Lei non rappresenta l’America. Nessuno vuole riconoscersi in lei

 

Tonya ha il volto di bambola e una sorte malvagia. Camminare per mano a una madre crudele. Il primo incontro della sua vita è di quelli che segnano. Il secondo non è molto migliore. Un padre cacciatore le insegna a sventrare i conigli, sparando loro in mezzo agli occhi per poter poi scuoiare il disgraziato animaletto, ricavandone una pelliccia perfetta. I genitori non si amano ma a Tonya tocca il terzo dramma, un fidanzato – poi marito – tanto manesco quanto ignorante, che si accompagna a un figuro suo pari. A lei la sorte ha regalato il dono di pattinare leggera e perfetta quanto forse prima nessuna mai. E un carattere bizzarro che non l’ha fatta mai tacere davanti a nulla. Con queste credenziali il suo unico incasso sicuro fu il rifiuto. Non la prese con sé il padre quando venne cacciato di casa. Non la amò quella terribile mamma che tentò di sfruttarne le capacità. Non la premiarono i giudici sportivi. Non la trattò con amore un uomo spudorato e violento. Non la perdonò il magistrato per qualcosa che lei – direttamente – non commise mai. Oggi Tonya Harding, nata il 12 novembre 1970, ha 47 anni, una vita tranquilla e una figlia. La squalifica e la radiazione dalle piste di pattinaggio, dopo un percorso pugilistico sul ring, l’ha restituita madre di famiglia. E forse un equilibrio che non aveva mai trovato. Oggi Tonya Harding si è rivista nei panni di Margot Robbie (che a soli 28 anni ha già una filmografia di ottimo livello tra Suite francese, Vi presento Christopher Robin, Whiskey, tango e foxtrot e The wolf of Wall Street) . E ha pianto. Tonya di Craig Gillespie è la sua storia. Ed è la storia vera di una bambina che ha faticato a diventare donna e di un’atleta che non ha avuto quanto meritava, per colpa del suo carattere. Maradona in gonnella del ghiaccio mondiale.

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La Harding è stata la prima americana e la seconda pattinatrice a compiere un triplo axel in gara. Da allora nessuna è stata capace di emularla. Tanto meno, superarla. Ma delle sue immense potenzialità non è rimasto nulla, da quando l’invidia per la collega Nancy Kerrigan la divorò al punto da consentire che il marito spedisse a quest’ultima lettere minatorie. La faccenda sfuggì di mano a quel disgraziato e la Kerrigan finì addirittura gambizzata. L’attentato non le impedì di tornare alle gare, ma al contempo gettò una luce sinistra su quella ragazza dall’immenso talento che l’America aveva iniziato a odiare. Tonya – che aveva preso botte tutta la vita ed era rimasta ferita sia dal marito che le sparò, sia dalla madre che le lanciò un coltello nel braccio – finì alla sbarra come mandante di quell’aggressione. E pagò per tutti. Più di tutti. Lo sport racconta spesso, in diverse discipline, avventure e disavventure di fuoriclasse candidati all’oblio e all’emarginazione, per la carenza di virtù intellettive a fronte della ricchezza di valore agonistico, ma quello di Tonya Harding è un ritratto che non si limita alla protagonista e offre un quadro dell’America ruspante lontana dalle grandi metropoli. Quella dei benzinai e di Walmart. La protagonista rappresenta tutto ciò che gli americani detestano. È indisciplinata. Scorretta. Eccessivamente ambiziosa. Ed è cresciuta in una famiglia che è il contrario esatto dell’ideale a stelle e strisce. Il problema però è un altro. Il controsenso innescato dall’idealismo che estrometteva una ragazza promettente dal circuito dei successi. Tonya Harding non rappresentava gli Stati Uniti per essendo figlia di quella nazione, ma l’icona del perfetto yankee non appartiene, in definitiva, a nessuno tra coloro che l’hanno condannata. Il perbenismo dei giudici penalizzò – forse giustamente – questa ragazza dell’Oregon ma sottolineò l’ingiustizia e la parzialità dei giurati. A più riprese. Nel corso degli anni. Per il demerito di un vestito dozzinale e un atteggiamento discutibile.

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E quando la polizia li ferma in auto, dopo che l’ex marito le ha appena sparato, a quel delinquente viene contestato solo l’eccesso di velocità. Benché il baule custodisse armi. E l’uomo fosse stato condannato a vivere lontanno dall’ex moglie. Insomma, se la Harding non è il simbolo dell’America lo sono forse le forze dell’ordine in stato di totale miopia… Ai posteri il quesito. Ma tanto basta a dimostrare che il punto debole di un carattere aggressivo andava forse spiegato con il contesto familiare in cui Tonya era cresciuta. Tutto ciò, ovviamente, non giustifica l’atteggiamento antisportivo di cui si macchiò ma lo spiega. Ciò che invece non viene spiegato – né dalla cronaca né, di conseguenza, dal film – è il motivo che ha spinto i magistrati a infliggere a lei la pena più severa, nonostante la Harding non fosse mai stata la mandante dell’agguato a Nancy Kerrigan e tanto meno l’esecutrice. Insomma, le sue responsabilità erano evidenti ma puramente teoriche. Ingiustizia fu quindi fatta, ma di questo nessuno – negli anni – ha reso il dovuto saldo a Tonya Harding. L’opera di Craig Gillespie assomiglia molto da vicino al documentario che tuttavia non è. Si apre con la stessa intonazione e presenta i personaggi con la formula del commento sulle vicende, che accompagnarono la parabola di ascesa e declino della pattinatrice. Solo successivamente inizia il racconto con il progressivo svolgimento della trama fino all’epilogo. E, nelle sigle di coda, i ritratti dei veri protagonisti di quell’epoca. Sorprendente la somiglianza fisiognomica con gli attori ai quali va riconosciuta un’abilità non comune, soprattutto nelle due figure femminili. Margot Robbie e Allison Janney, premiata con l’Oscar, per la sua interpretazione di LaVona Harding, l’implacabile madre di Tonya.

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