Lean on PeteQuel cavallo era la sua vita. Si chiamava Pete e lo aveva conosciuto in un giorno come tanti altri, ma al contrario di tanti altri era sbocciata un’amicizia reciproca e intensa. Charley Thompson era un ragazzino al quale il destino aveva sbattuto sulla faccia il lato oscuro dei giorni. La mamma non l’aveva conosciuta, il papà era stato ucciso in una sera di ubriachezza forse molesta. Pete invece lo aveva trovato per caso, aiutando il proprietario di un maneggio che, quei cavalli, li faceva correre. E quando non guadagnava più dalle loro vittorie, li vendeva. Poco gli importava che finissero in un macello o chissà dove, occorreva solo mettere in tasca qualche spicciolo. Ma quella volta Charley non accettò che Pete, ormai provato per le corse, si ritrovasse con la sorte segnata nel modo peggiore. E nottetempo lo caricò su un camioncino per il trasporto di animali e fuggì con lui. Era solo al mondo Charley. Ed era solo al mondo Pete. Insieme non erano più due disperati in balìa dell’effimero. Insieme. Erano. Una famiglia. Ma non tutte le favole hanno un lieto fine. E quando ne hanno uno, non è detto che sia per tutti. Una faccia d’angelo pronta a rimetterci le ossa e un pugno di sogni c’è sempre. Simulacro imperituro delle lacrime. Refolo di poesia.

tho1Charley Thompson di Andrew Haigh, già noto per 45 anni, è ispirato al romanzo di Willy Vlautin La ballata di Charley Thompson e racconta la storia di un ragazzo quindicenne che si trova solo al mondo con un cavallo. Il film è un road movie suggestivo, di tristezza profondissima, che dona però speranza e fiducia perché tutti ce la possono fare. A quel giovane non rimane che una sola persona di casa, la sorella di papà, una donna mite eclissatasi dopo il matrimonio, perché con il fratello non c’era dialogo né affetto. E poco conta se nemmeno con il marito le cose siano andate benissimo, il traguardo è che Charley non soccombe a un mondo rapace, non ne subisce la protervia, ma reagisce e conquista una dimensione di libertà che ne consolida la personalità. Insomma, l’abissale tristezza che accompagna le riprese lascia in eredità l’incanto di un conforto maturo, frutto di conquiste e di una crescita sociale e civile di cui il protagonista si fa simbolo ed emblema. Non si tratta quindi di un’opera vuota, né di un personaggio sbandato, ma di un giovane che diventa uomo, consapevole del suo ruolo e delle difficoltà e accetta di affrontarle con lo stesso piglio e decisione di un adulto. Anzi, in qualche caso, addirittura meglio. Se infatti il parallelo lo vede in paragone con il padre, ne esce il quadro di un figlio di gran lunga più responsabile del genitore e – in questa prospettiva – l’opera di Haigh lascia ampi margini alla riflessione. Viene in un certo senso ribaltata la retorica della saggezza che cresce con gli anni e le esperienze di vita. L’ambientazione americana dell’Oregon conferisce un’autorità maggiore perché si riferisce a uno stato, economicamente costruito su pastorizia, allevamento e poco altro.

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Il sentimento dell’amore ha una duplice chiave di lettura nel rapporto che lega il protagonista al cavallo e in quello che invece lo unisce alla zia. Si tratta di una doppia individuazione che assume una valenza ancora maggiore perché in un caso rappresenta la relazione uomo-animale e nella seconda quella umana con un proprio simile, ma in una collocazione assai particolare. La sorella del padre è persona di famiglia ma non direttamente connessa al nucleo familiare che, nel caso di Thompson, non c’è nemmeno mai stato. E neppure è un legame uomo-donna, anche se è eterosessuale la corrispondenza tra il ragazzo e la zia. È insomma un vincolo affettivo che nulla ha a che fare con l’attrazione fisica e resta, solitario, in una sfera preliminare. La fase della crescita e dell’educazione. Un tasto che Haigh ha saputo toccare con perizia e delicatezza, evitando di portare in primo piano il tema dell’omosessualità, nel cinema di questi ultimi anni citato troppo spesso a sproposito, con il risultato di banalizzarne frequentemente i contenuti. Un compito non facile per il regista britannico che appartiene a pieno titolo a questa categoria, sempre tentata dall’autoreferenzialità. Tuttavia il film – presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017 – risulta di grande impatto emozionale, rivolgendosi in primo luogo a chi, in sala, ama commuoversi.

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