core2Non voglio guardare. Così nessuno mi potrà incolpare di essere una spia…

Di attenzione, il prigioniero ne aveva sempre messa molta, ma per la verità era ancora un uomo libero quando si guardava bene dal finire in acque territoriali straniere. All’epoca era solo un pescatore. E la mattina in cui, ancora assonnato, si svegliò e si concesse solo un attimo di sensualità con la moglie prima di prendere la barca, mai avrebbe pensato che tanta accortezza sarebbe svanita nel nulla per un incidente. Il motore s’ingolfa all’improvviso e la corrente lo trascina al largo, lasciandolo oltre confine. Tra la Corea del Nord e quella del Sud, però non c’è comprensione. Né sufficiente elasticità per capire la differenza fra una banale avversità e un atto di spionaggio volontario. Così il pescatore diventò un prigioniero. E poco importa di quale Corea. Lui, cittadino del Nord pensava che i cattivi fossero a Sud. Ma la verità è che talvolta, politicamente, cambiano le etichette. Non la sostanza. È questa la tragica conclusione e il drammatico “insegnamento” impartito dall’ottimo film di Kim Ki-Duk, Il prigioniero coreano, che mostra, in prospettiva bilaterale, quanto i soprusi e le violenze del comunismo siano in definitiva simili alle ambigue e false lusinghe del capitalismo. Come insomma due estremi tanto opposti e inconciliabili abbiano vedute e sistemi di costrizione decisamente analoghi. Proprio questo colpisce e tiene incollati allo schermo spettatori ai quali nulla di seducente viene offerto. L’avventura è in realtà la disavventura del protagonista che, suo malgrado, si trova catapultato in un Paese che è il suo, ma da decenni è diviso in due parti, speculari dei differenti fronti di una guerra fredda, già conclusa in tutto il pianeta. Eppure. Egli è prigioniero di se stesso. Paure che gli sono state inculcate dalla nascita. Diffidenza indotta da un lavaggio del cervello statalista. È un personaggio senza nome e nemmeno lo merita, perché un paradigma più che un protagonista. Da schiavo di questo terrore passa a essere ostaggio dell’ideologia. Ma quale.

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A Seul viene trattato in modo discordante. Il lato truce del governo pluralista ha il volto di un aguzzino che lo vuole incriminare per spionaggio. Lo tortura. Non crede alla buona fede di una disgrazia semplice. Come tante. Troppo semplice per non avere alle spalle una dietrologia che fa male.E lo perseguita. Le ambizioni di carriera calpestano quell’umile servitore di falce e martello. Il torturatore non si arrende nemmeno ai superiori, convinti invece che quel pescatore sia soltanto uno sprovveduto. L’approccio umanitario lo attira invece in direzione contraria. La riparazione della barca. Le prospettive di un futuro con l’offerta di un posto di lavoro e un avvenire garantito. L’integrazione nella comunità capitalista e progredita del Sud ha rischi minori che respingerlo da dove è venuto. Dove potrebbe raccontare cosa ha visto. Il prezzo è la rinuncia alla famiglia. Moglie e figlioletta. Perché indietro non potrà più tornare. Il prigioniero non si arrende. Non è uomo per tutte le stagioni. La sorte lo costringe così a vedere. Le storture di un regime capitalista che spreca più di quello che consuma. Offende i valori della dignità, tollerando la prostituzione, emblema dell’abbrutimento maschile e femminile. Vive nel nome di un consumismo idealista, ma in realtà inutile e dannoso. Il prigioniero vuole tornare, ma l’unico trionfo è appannaggio della crudeltà. Il rientro in patria è apoteosi di falsità. Il pescatore viene accolto da eroe, ma è propaganda insulsa. Come in ogni dittatura. E quella del proletariato non fa eccezione. Dietro l’acclamazione resta un’accusa. Aver rivelato i segreti del Nord. E ciò equivale a morte sicura. Gli viene tolto il lavoro con il mezzuccio più infame. La proibizione ad andare per mare. Del dramma resta un orsacchiotto a pile, regalato a quello che fu un prigioniero coreano da un uomo buono di Seul. Perché lo desse alla sua bambina. Al Nord però non abitano pupazzi che camminano sotto la spinta dei volt. Solo sdruciti peluche piegati dalla povertà. Corrosi dal nulla. A niente è valso essersi coperto gli occhi. Aver tentato di non vedere. La colpa non si estingue. Il prigioniero è ovunque un perdente. E al buio non c’è vita.

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Il prigioniero coreano è opera di grande pregio che non induce a leziosità né si arricchisce di orpelli pleonastici. Il racconto si snoda con consequenzialità, ma i temi di fondo restano moltissimi. L’analogia di due regimi opposti emerge in maniera inquietante dalla prospettiva del regista sudcoreano. A Seul si teme che quel pescatore sia un cavallo di Troia. Una testa di ponte. L'”utile idiota” arrivato per scoprire la ricetta del successo economico. E, come tale, temuto e tenuto in ostaggio. Utilizzare quei benefici esige la rinuncia a tornare per sempre alle sue origini. A Pyongyang il terrore è che quel semplice pescatore abbia rivelato i segreti del Nord. E quindi sia ormai un pezzo eliminabile. Rinunciabile. Sacrificabile. Uno dei tanti. Per di più, un traditore. È la logica del pretesto. Univoco e unitario comune denominatore fra Nord comunista e Sud capitalista e pluralista. Il film è una coraggiosa denuncia di Kim Ki-Duk in un periodo che segna un riavvicinamento storico fra le due parti del Paese asiatico. Sottolinearne le analogie nelle storture è l’atto ardito di un intellettuale che non ha paura e non si limita alla nazione che conosce. La vicenda del pescatore ha qualcosa di kafkiano che non finisce con gli ultimi fotogrammi. È incomunicabilità. Incapacità di far comprendere ragioni semplici. Impossibilità di esibire prove di buona fede, perché la buona fede di prove non ne ha. Richiede solo fiducia che oggi è merce introvabile su qualsiasi bancarella dello spirito. Nell’era del falso e del “fake” tutti possono ritrovarsi ad essere un piccolo pescatore coreano. Un prigioniero di pregiudizi confezionati  a prescindere. Dedicato a chi vuole imprigionare ma non farsi imprigionare.

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