UnknownLo sguardo verso il passato ha sapori di nostalgia. Tra tempo e stati d’animo cristallizzati. Ammutoliti. La baia di Mejan, in Provenza, profuma di gioventù perduta. A metà del cammino terreno scocca l’ora di riflettere. Ha il sapore dell’oggi malato. Rimpianto di uno ieri che non tornerà. Imbarazzo interrogativo su un futuro dai lineamenti indecifrabili. Ma è il mare l’imprevedibile volto di un destino che cambia per sempre i giorni. Il loro scorrere apparentemente sempre uguale. Inarrestabile dominio di normalità forzata. Tre fratelli – due uomini e una donna – si ritrovano al capezzale dell’anziano padre colpito da un ictus e da allora, mentalmente assente e fisicamente presente. Joseph (Jean-Pierre Darroussin) ama una donna che ha la metà dei suoi anni. Angèle (Ariane Ascaride) è un’attrice famosa che si è trasferita a Parigi. Armand (Gérard Meylan) è l’unico a non essersi mai allontanato e gestisce il piccolo ristorante di famiglia. Il terzetto, nell’insofferenza di colpe passate, lontananze mai colmate come quella di Angèle, non tornata nemmeno per i funerali della madre, si confronta tra piccole incomprensioni e una maturità che fa a pugni con i ricordi di un tempo. La donna esercita ancora un fascino insospettabile che fa perdere la testa a un giovane del posto. I tre fratelli rischiano di sfilacciarsi tra amori che si arrestano – quello di Joseph con la ragazza decisamente più giovane di lui – e altri che sembrano invece sbocciare nello stupore generale. Ma quando nulla appare più in grado di turbare l’equilibrio squilibrato dei sentimenti, il destino ci mette del suo. I tre fratelli scoprono altrettanti ragazzini – due maschi e una femmina, che fa loro da madre prematura – naufragati in quella angolo di mare. E decidono di adottare quei piccoli profughi ai quali la sciagura sembra aver tolto perfino il dono della parola.

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La casa sul mare di Robert Guediguian è un dramma attuale, metafora del presente difficile che mescola umanità e inquietudine. La prospettiva ideologica, sempre presente nei film del regista francese di origini armene, rispecchia il trauma che il popolo dei suoi avi ha dovuto subire. Una sorta di blindatura che si riflette anche nella cerchia di amici fedeli al suo seguito e dei quali egli si fida ciecamente. Ariane Ascaride è sua moglie nella vita non artistica, Darroussin e Meylan hanno condiviso gran parte della sua filmografia, da L’armée du crime ingiustamente mai arrivato in Italia benché profondamente francese a Marie-Jo e i suoi due amori. Da Marius e JeannetteLa ville est tranquille solo per citare alcuni titoli. Stessi copioni anche per la musa e consorte. Film fatti in famiglia, insomma, dove il confronto fra la politica dell’accoglienza, tanto cara alla gauche francese, si specchia in una visione aristocratica in Joseph, legato a una ragazza di sinistra, alla quale egli rinfaccia ideali che lui non condivide. Un’equazione comune a tanti altri titoli della produzione di Guediguian che qui riporta a galla anche il tema più attuale. L’accoglienza dei profughi. Il regista rifiuta di definire clandestini, qualunque sia la ragione che li ha spinti sulle coste francesi, indipendentemente dal mezzo utilizzato per lasciare le loro terre. Povertà, guerra o mutamenti climatici non fanno differenza. Allargare le braccia ai nuovi venuti rappresenta un punto fermo della sua visione socio-politica di questo scorcio del nuovo millennio.

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Non è un caso, quindi, se il terzetto di fratelli che si ritrovano a distanza di tanto tempo e di consistenti cambiamenti è l’immagine speculare dei tre bambini che si nascondono nel folto della macchia all’interno di Mejan. La loro afasia è la difficoltà iniziale dei tre fratelli a scalfire le reciproche diffidenze, seminate dal tempo e da lontananze malate. Tutti sembrano stranieri agli occhi di chi li incontra. Angèle si trova in difficoltà a ritrovare la porta della casa di famiglia come i naufragi faticano a ritrovare loro stessi nella grotta dove si sono rifugiati e tra le braccia di chi li ha trovati e li nasconde alla forza pubblica. La Francia che ha severamente trattato l’ingresso di immigrati sia sotto la presidenza del socialista François Hollande sia sotto l’attuale gestione di Emmanuel Macron, espressione di un movimento di centro-destra, è al centro dell’interrogativo attraverso quelle inquietanti figure militari che compaiono e scompaiono all’improvviso. Ombre di una ricerca instancabile. Ma un mondo più umano è possibile. Occorre crederlo, suggerisce l’armeno Guediguian che trova una quadratura alla diaspora mondiale di popolazioni in cerca di una casa e di un tetto, mettendo in parallelo il viaggio internazionale di queste forme di disperazione con quelle che il destino e la vita mette sulla strada di uomini e donne alle prese con il loro passato. Tutti – ognuno a suo modo e con il proprio bagaglio biografico e psicologico – è costretto a un bilancio che lascia nell’aria il sapore amaro di colpe e rimpianti. Ciò cui non è più possibile offrire rimedio.

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