abra1Un marito che ha occhi solo per la sua squadra del cuore può essere un serio problema per sua moglie. Ma se un giorno, andando a un matrimonio, si lascia ipnotizzare per gioco e si ritrova con un’anima diversa, il problema potrebbe rimanere. L’incantesimo regala a Carmen (Maribel Verdù già vista nel Labirinto del fauno di Guillermo Del Toro e ne Le 13 rose  di Martinez Lazaro) un uomo diverso e a lei, inizialmente, quell’hooligan convertito che ha divorziato dal Real Madrid non dispiace. Ma quando sembra che quell’esperimento tra il serio e il faceto abbia avuto conseguenze miracolose, arriva la sorpresa. Carlos (Antonio de la Torre noto per La vendetta di un uomo tranquillo di Raùl Arèvalo e Gli amanti passeggeri di Pedro Almodòvar) è posseduto. Del suo corpo si sarebbe impossessato un pluriomicida che voleva vendicare torti e ingiustizie e si è sfogato proprio durante un banchetto di nozze. Serve, insomma, un contro incantesimo. Una sorta di ipnosi bis che restituisca alla donna il tifoso merengue piuttosto che lasciarle fra le mani un potenziale assassino. L’operazione si rivela complicata e il finale, sorprendente, merita di non essere svelato perché rappresenta la quintessenza di un film altrimenti da derubricare a una semplice commedia come tante altre. A distinguere invece Abracadabra di Pablo Berger dal marasma dell’anonimato di tanto cinema leggero è proprio lo scavo interiore che tocca i meccanismi dello spiritismo e gli influssi dell’Aldilà sul regno dei vivi. E non solo. Il regista si spinge oltre. Si entra nei territori sconfinati del mistero e perfino della genesi in una specie di regresso psichico che dovrà nuovamente trasformare quello zombi con il proprio corpo abitato da un’anima violenta nelle sue fattezze originarie più internamente che esteriormente.

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Il monito è chiaro. I cambiamenti, per quanto rincorsi e sospirati, non sempre sortiscono gli effetti sperati. L’ipnosi è ovviamente un’allegoria e non vuol certo prendere alla lettera una trasformazione che abbia il sapore di un’alchimia spirituale. Il senso è quello di snaturare un carattere. Una persona. Modificarne i connotati – anche se interiori – può essere un’operazione che altera gli equilibri e non soddisfa i desideri di chi sogna quella sterzata. Come nel caso della protagonista che, dopo la disillusione, scopre un compagno di vita altrettanto insoddisfacente e soprattutto una sua natura di gran lunga pericolosa. Il passo al livello successivo – ritrovarsi diversi rispetto a quelli che si era non implica sempre un progresso in senso di miglioramento qualitativo – impone interrogativi che volutamente restano irrisolti e lascia aperti spiragli ai quali ognuno può sforzarsi da dare la propria interpretazione. Abracadabra  è un film surreale come lo sono in maggioranza le opere spagnole, spesso molto colorite – e colorate – nelle tinte e negli esiti. Questo lavoro di Pablo Berger non fa eccezione e ha più di qualche merito. In primo luogo la creatività, che peraltro non è mai assente tra i registi iberici. Molto originale nella trama e nella costruzione, si distacca in modo netto dalla maggior parte delle commedie anche se il punto di partenza è abbastanza frequentato dal cinema. Lo spunto del tifoso accanito, che una moglie non vorrebbe attorno, rappresenta però solo il primo stadio di una trama che giunge a esiti e traguardi decisamente diversi. L’intreccio non si riduce a una semplice farsa per provocare la risata anche se le situazioni paradossali e comiche si alternano tenendo alto il morale. L’epilogo offre una chiave di lettura innovativa e il tono surreale che inserisce il film a pieno titolo nella tradizione spagnola costituisce un marchio di fabbrica distintivo rispetto allo stesso genere leggero di altre cinematografie.

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