caf1Pensavo che fossimo destinati a crescere tra uomini che si amano e si rispettano, ma ho visto che questo mondo è un orrore.

 

“Chiedo che questa coppia non faccia più figli. Non li merita”. L’essenza di Capharnaüm sta in questa domanda al magistrato fatta dal piccolo Zain, un ragazzino di dodici anni che la vita ha buttato su una strada. Ha lasciato crescere tra le pieghe di una società che i bambini li vende. Li tratta come merce di scambio. E non se ne vergogna perché ha saputo convincere se stessa e altri che, talvolta, disfarsi di loro può essere una nuova opportunità. Dolce menzogna della colpa. Sofferenza. E solo gli occhi di Zain sanno leggerla e decriptarla. La famiglia in cui cresce è oltre il limite dell’indigenza, la “sorellina” viene rivenduta e opporsi gli costa l’unica possibile via. Andarsene. Via. Appunto, in strada. Dove conosce l’angoscia di altri come lui.

Capisce di non essere l’unico ad aver avuto una madre sbagliata. Ma non è di consolazione. È tragedia. E quel destino è molto diffuso. Ad “adottarlo” occasionalmente è un’etiope con un piccolo di pochi mesi. L’odore di miseria e disperazione avvolge quella vita di stenti e a sparire è la donna. Arrestata dietro delazione. Al suo piccolo tocca la sorte più dura e finisce sulla strada in compagnia di quello sconosciuto, costretto – per quel senso di responsabilità ignoto ai maggiori – a prendersi cura di chi non è capace nemmeno di mettere in fila pochi passi. Siria e Libano hanno il volto putrido del commercio di esseri umani. Un minore vale dai 300 ai 500 dollari. Un documento è l’unica certezza dell’esistenza umana. E chi non lo possiede, di fatto, non esiste. Quindi è tutto lecito. Vendita. Esportazione clandestina. Maltrattamento. Non a caso il sistema si inceppa proprio quando il ragazzino che “non esiste” accoltella l’uomo che ha comprato la sorellina. Vendetta. Ribellione a un sistema malato che consente di mettere incinta un’adolescente e lasciarla morire di parto perché i figli non sono cuore ma prodotti da rivendere al miglior offerente. Ma è anche lo scontro fra un ragazzino senza terra e un uomo ben noto all’anagrafe. Uno che ufficialmente vive nel mondo. E può dimostrarlo.

Capharnaüm della regista libanese Nadine Labaki, già apprezzata per Caramel, è un film dagli ampi contenuti etici e sociali. Zain è il paradigma di un mondo capovolto in cui la delinquenza è degli adulti e i piccoli contano invece per quanti dollari possano valere. È la legge del profitto e di un mondo selvaggio che in Libano ha il volto di tutti quelli che ciondolano per via. Vendono sogni e miraggi. Ipotesi di fuga e passaggi su barconi con le onde contate. Dove il naufragio è sicuro. Ma poco conta. Importante è incassare in anticipo i soldi del misero alla deriva. Zain affronta l’orrore della vendita di un bebè dopo avergli fatto da padre e madre al tempo stesso. È angoscia e ribellione. Fino all’accoltellamento dell’uomo che un documento ufficiale accusa. Non aver saputo salvare la giovane sposa e averla lasciata morire sulla soglie dell’ospedale vale più dell’identità di Zain. Un essere davvero umano. Un esempio di dignità. E per quel coltello finisce alla sbarra. È lì che vomita sul banco del giudice il disprezzo e la ripugnanza di una nazione capace di cancellare il diritto alla vita. E soprattutto all’amore. L’atto di accusa della regista Nadine Labaki colpisce al cuore e al sentimento.  Capharnaüm è un film di impatto e mette a nudo tutti i difetti e le pecche di una società mediorientale che nasconde dietro il volto impresentabile di una presunta normalità le più turpi cadute di un’umanità disumana, violentata nello spirito e nei suoi stessi princìpi. Rispetto al precedente Caramel il passo è sostanziale. Una commedia tra il serio e il faceto di qualche anno fa, un dramma che sfiora la guerra civile oggi. Libano come Siria e infiniti altri Paesi che vivono nell’arretratezza sociale e civile.

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L’opera ha pretese di alta qualità e se l’inizio risulta faticoso e difficilmente decifrabile, più ci si inoltra nella trama e nelle riprese più si apprezza il pregio di un testo filmico che si spinge oltre una trama interessante e attuale. Capharnaüm è montato e creato con una tecnica che ricorda The milionaire di Danny Boyle, con una differente scelta della cornice dalla quale si dipana il racconto. Nel film del regista inglese era un concorrente del famoso gioco a quiz a rievocare – domanda dopo domanda – il racconto del ragionamento che lo ha spinto a fornire la risposta esatta fino al trionfo finale. Nell’ultimo lavoro della Labaki è invece il processo a quel ragazzino accoltellatore a provocare il racconto-testimonianza delle inenarrabili tragedie attraversate dal proprio stupore nei confronti di una vita vigliacca, prima di derubricare a delinquenti i due “genitori” che lo hanno maltrattato. La sua difesa legale nel film – si noti – spetta alla stessa Nadine Labaki che sembra essersi ritagliata un ruolo cruciale per intervenire direttamente a livello di commento, grazie all’inclinazione naturale ad autodirigersi e prendere parte attiva sul set anche dal punto di vista della recitazione. Tutti gli altri attori, reclutati sul campo, interpretano le loro parti che la vita vera ha destinato loro, narrando vicende personali e reali. Anche le interrogazioni del magistrato, dunque, sono il pretesto per offrire al piccolo Zain l’opportunità di raccontare la propria vita e le sue scelte più dolorose, come il concorrente di The milionaire aveva spiegato la dinamica del suo successo. Vittoria e sconfitta. Una stessa tecnica per due favole dai colori opposti ma dalle identiche emozioni.

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