mek4Un’estate di gioventù al mare. Coppie che si sfasciano prima ancora di nascere. Fantasmi di fidanzati lontani, traditi ripetutamente da ragazze a dir poco disinvolte. Intrecci e incroci fra età e generazioni dove il gioco delle rassomiglianze si accavalla a quello dei sogni rimasti delusi e dei matrimoni mai celebrati. La famiglia è fortemente presente come l’amicizia sbocciata in un’infanzia serena e trascinata nel corso degli anni, quando – guardandosi indietro – spunta l’immancabile retroscena, scontato come l’acqua fresca. “Mi piacevi, facevo a gara con le amiche per farmi scegliere“. Storia di un fotografo che sogna di ritrarre il nudo dell’amichetta di un tempo. In mezzo, feste e discoteche. Battaglie di spruzzi sulla battigia. Lacrime e preghiere. E il solito intramontabile “Mi ha presa in giro. Se voleva solo venire a letto con me non occorreva dirmi che ero la donna della sua vita“. Donna…

mek2

Déjà vu giovanile mai sparito dai ricordi di ognuno, perché in fondo, quelle schermaglie, le hanno attraversate tutti. E tutti le ricordano con memoria scintillante. Come se fossero accadute ieri. È la stagione degli amorazzi, fatti di sguardi e bicchieri di tequila. Ragazze che si avvinghiano al palo e ancheggiano impudenti. Uomini che appaiono e scompaiono. Siparietti consumati e consunti di un’estate come tante. Quella di Mektoub, my love Canto uno risale al ’94, lontana ma non lontanissima, comunque a distanza di sicurezza da internet e cellulari. La generazione che anticipa i nativi digitali è più legata a quelle che l’hanno preceduta, ma la sterzata della tecnologia avrebbe fatto recuperare loro il terreno perduto. E oggi le estati non sono più quelle di allora. Si resta seduti sul muretto, spalle al mare, con gli occhi fissi sullo schermo del cellulare per mandare un messaggio all’amico appollaiato di fianco. Parole senza voce. E senza sguardi.

mek1

A metà degli anni Novanta i flirt erano fatti di uscite vigliacche. Appostamenti e sviolinate. Dissolvimenti e riapparizioni. Come sempre e come in fotogrammi che hanno il sapore nitido del voyeurismo. Della voglia di spiare e guardare. Talvolta di lasciare che il copione resti muto. Bianco. La sceneggiatura riserva ampi vuoti pneumatici e il commento è soltanto musicale. L’avvenenza di molti lati b trionfa su dialoghi, ridotti al lumicino e scambi di battute spesso banali per la loro prevedibile normalità. Si parte subito con un focoso rapporto sessuale di Ophélie (Opghélie Bau) e Tony (Salim Kechiouche), naturalmente ritratti di spalle. E chi si aspetta di assistere a nuovi erotismi scoprirà invece nuove figure inquadrate da dietro. Questa la cifra distintiva di un film che sottolinea le forme femminili come una matita che disegni sulla carta un fisico ideale. I difetti vengono nascosti. I capelli ondeggiano. I fianchi si snodano in movimenti curvilinei e sinuosi. Tutto è ammiccamento e desiderio.

mek3

Cinque anni dopo La vita di Adele, che a Cannes vinse una controversa Palma d’oro nel 2013 per il bacio saffico e il legame profondo tra Lea Seydoux e Adèle Exarchopoulos, il regista francese di origini e natali tunisini Abdellatif Kechiche è tornato nel mirino delle polemiche già a Venezia dove questo nuovo film è stato presentato in rassegna. “Ho mostrato la bellezza delle donne” ha spiegato rispondendo alle accuse nei confronti di un’opera fin troppo piaciona. Mektoub, my love Canto uno non ha nulla che faccia scandalo e offenda il comune senso di un malinteso pudore. Semplicemente è un film vuoto ed eccessivamente prolisso. Si arriccia su se stesso, scoprendosi privo di contenuti che giustifichino la durata di tre ore voluta da Kechiche, anch’egli forse un po’ troppo narciso nello specchiarsi nella macchina da presa. Ex attore, non compare in un cast di giovanissimi che lo vedrebbe fuori quota anagrafico, indugia troppo in riprese lunghissime che – pur non risultando pesanti – sono sproporzionate nell’economia complessiva. Ne è un esempio la sequenza di mezz’ora in discoteca, ma si potrebbero citare anche le molteplici battaglie sulla spiaggia – ne bastava solo una – oppure le troppe passeggiate a zonzo. C’è molto da tagliare, insomma, per rendere giustizia a un film che andrebbe quasi dimezzato. E Kechiche si è colpevolmente sottratto a quello che era un obbligo più che un dubbio. Lo spettatore resta in continua attesa che qualcosa accada, rimanendo deluso. La concisione, spesse volte, è un pregio, talvolta un difetto, in molti casi un obbligo. Anche sul set. Ma se le forbici, assenti dal tavolo del montaggio, ci hanno risparmiato la scena poetica ed emozionante del parto di una capretta, poi ritratto fotograficamente da uno dei giovani, ebbene la fatica di aver sopportato tante sequenze inutili è valsa almeno la pena per regalare alla memoria qualche minuto di tenerezza. Viene da un animale. E non è un errore. Tanto meno, casualità.

[youtube CIiE6zFJpfk nolink]

Tag: , , , ,