Unknown-1Se vuoi essere felice, comincia. Ci state...

 

Il sogno non è per tutti. Il povero li alimenta, il ricco li realizza. Il cinema, che invece li fabbrica, si offre di renderne qualcuno alla portata dell’ingenuo, che ne culla per una vita intera e muore nella felicità che si sia trattato di un’illusione. Una meravigliosa e candida astrazione, destinata a restare splendida, proprio perché confinata in quello spazio neutro dell’immaginazione dove nulla può essere contaminato. E nulla può deludere l’attesa. Il pedaggio è il tempo perenne di una rincorsa a perdifiato negli spazi infiniti della fantasia, dove tutto è possibile ma eternamente lontano. Forse irraggiungibile. E Hotel Gagarin dell’esordiente Simone Spada ne è la parabola più efficace. Uno scrittore spiantato viene contattato da un sedicente produttore che vuol portarne il romanzo sul grande schermo. Naturalmente si tratta di una truffa ma l’uomo, che si mantiene insegnando a scuola (Giuseppe Battiston all’attivo in Io c’èDopo la guerra), lo scoprirà solo una volta giunto sul luogo delle riprese, quando si troverà fianco a fianco con un’attrice che in realtà è una prostituta (Silvia D’Amico, già nel cast di The place), un tecnico delle luci che di fatto è un elettricista (Claudio Amendola, protagonista de Il verdettoNoi e la Giulia) capitato per caso nel salotto dell’imbroglione che tesse le fila di questa marmaglia – comprendente anche un fotografo indebitato per i troppi spinelli (Luca Argentero) e un’accompagnatrice anaffettiva (Barbora Bobulova, interprete anche di Cuori puriI nostri ragazzi) – per estorcere i fondi europei. Una volta giunto in Armenia, il manipolo di sgangherati personaggi si troverà imbottigliato dalla guerra in un albergo, da dove non potrà più rientrare in patria.

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La verità verrà a galla sorprendentemente creando arrabbiature e disorientamenti ma ben presto quella che appare una trappola si rivela l’occasione per iniziare una vita nuova. Tra amori che nascono e attese di un ritorno sempre più lontano, l’improvvisata troupe si ritrova a contatto con i contadini armeni accorsi in quantità per spiare le riprese di un film mai veramente esistito nemmeno nei progetti. E l’hotel Gagarin finisce per trasformarsi in un set fittizio dove vengono realizzati i sogni dei più poveri, condannati a non avere mai la soddisfazione dei loro più reconditi desideri. Un vecchio si inventa astronauta, una ragazza s’immagina rockstar di successo, due uomini si scoprono cowboy in un duello pistolero da Far West e c’è perfino chi si ritrova catapultato in una finta New York che nella realtà mai avrebbe potuto raggiungere. E quando arriva il momento di tornare in patria… c’è perfino chi preferisce la modestia di una vita sana, ricca di ruspanti gratificazioni, a un rientro che ha il sapore di nuove inguaribili amarezze. Film vagamente autoreferenziale, in cui il cinema parla di se stesso senza citazioni, ma rispolvera il fascino di una fabbrica di sogni benefica, in grado di regalare scampoli di felicità al misero che sopravvive alla propria umiltà, Hotel Gagarin ha un avvio faticosissimo nei canoni della più banale commedia italiana con i soliti ruoli ormai consunti e logori.

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Tuttavia, quando sembra che ormai nulla possa ricondurlo sui binari di una trama interessante arriva la sorpresa con una sterzata che sposta la narrazione in una poetica dei buoni sentimenti, in cui i turlupinati protagonisti si dedicano alla realizzazione delle aspirazioni dei più poveri fra i contadini armeni. È l’assaggio di una vita diversa, fatta di valori e soprattutto della disponibilità a dedicare se stessi alla gioia a buon mercato di persone che non hanno più nulla in grado di lasciare loro anche solo un attimo di felicità. Il riscatto dei protagonisti si coniuga così al riscatto di un’opera che altrimenti era destinata a un altro dei titoli più sciatti delle recente filmografia nostrana. La soddisfazione delle altrui ambizioni, anche soltanto a livello idealistico, riporta il sorriso a chi contribuisce a un dono così piccolo e così grande al tempo stesso. Le sequenze conclusive con la carrellata delle immagini degli armeni nelle vesti astratte in cui hanno chiesto di trovarsi è l’immagine di un cinema finto, capace però di confermare l’etichetta che gli viene comunemente affibbiata. Fabbrica dei sogni. Una volta tanto, la catena di montaggio è il toccasana per continuare a vivere. Anche se fuori dalla porta di casa c’è il nulla.

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